New York con Terramia, le grandi emozioni!
ING NEW YORK CITY MARATHON™ CON TERRAMIA 2008
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Paolo, Valenti, maratona NY, tempo: 5h12'34'', numero di pettorale 20939
Ecco la mia storia.
Un saluto,
Paolo


Pain Passes by , Glory is Forever


Estratto della classifica

Domenica 4 novembre

Meno male che ho preso le compresse. Mi sveglio da solo ben prima che suonino le sveglie. Guardo per curiosità l’orologio: sono da poco passate le tre e mezza… immagino che notte avrei passato se non mi fossi impasticcato. Non avrei chiuso occhio. Resto ancora mezz’ora nel letto, poi non ce la faccio più e mi alzo. Breve doccia in bagno, poi comincio a prendere gli indumenti di gara. Tutti consigliano di vestirsi a strati, così in funzione della temperatura esterna è possibile decidere cosa tenere addosso e cosa togliersi. Devo considerare che ci sarà una grossa differenza fra le sette del mattino, quando sarò seduto per terra ad aspettare la partenza, e l’ora di pranzo, quando sarò nel pieno della gara stanco e sudato. Metto tutto quello che può servirmi nella sacca di gara, deciderò quando sarò a Fort Wadsworth cosa fare.

Alle cinque e venti mi servono la colazione in camera. Anche questa accuratamente studiata: una tazza di solo caffè e zucchero per svegliarmi bene e darmi energia (il latte è meglio evitarlo perché si digerisce con maggior difficoltà) e tre fette di pane tostato con la marmellata. Buona e nutriente. E’ l’ultimo pasto prima della gara, poi potrò soltanto bere e mangiare le barrette energetiche.
Sono pronto: un saluto affettuoso a Giulia, gli ultimi dettagli per gli appuntamenti (uno poco dopo metà gara all’uscita del Queensboro Bridge e l’altro all’arrivo a Central Park) e scendo. Sono in leggero anticipo: infatti i miei compagni ancora non ci sono. La hall è piena di gente che correrà: italiani e spagnoli per la maggior parte. Vedo cose impensabili: gente che correrà col braccio ingessato, uno addirittura con una stampella, il quale, con forte accento veneto, urla a qualcuno:”Mai mollare, mai mollare!”. Donne ampiamente soprappeso che hanno scavalcato la cinquantina, ragazzi prosciugati dagli allenamenti pronti ad uscire in canottiera. C’è davvero di tutto. Si respira l’atmosfera di attesa che precede i grandi avvenimenti. Sono felice di essere arrivato a ridosso della gara. Mi accorgo che l’emozione mi sta rendendo nervoso. Passeggio avanti e indietro per vedere se i miei compagni sono scesi. Alla fine arrivano anche loro: sono le cinque e quarantacinque ed usciamo fuori per prendere posto nei sedili posteriori del pullman.

Fortunatamente non fa il freddo che temevo e, soprattutto, non c’è vento. Ci inoltriamo giù sulla 5th Avenue che è ancora notte: tantissimi pullman parcheggiati sul lato destro della strada, altri ancora che ci precedono e ci seguono. Usciamo da Manhattan, non capisco bene da dove. Il percorso è lungo e tra le chiacchiere coi compagni, i tunnel ed i ponti non riesco a intendere che diavolo di strada abbia fatto l’autista. So solo che è tanta, e mi domando come farò a farla, più o meno tutta, a ritroso. Quando in lontananza avvistiamo il Verrazzano Bridge il sole si è già alzato e, nonostante sia domenica, le strade della città brulicano di vetture in transito. Cerco di gustare ogni minuto di questa attesa perché so che diventerà un ricordo prezioso. Il pullman procede, continuiamo a non capire dove passerà per portarci a Fort Wadsworth, Staten Island, il primo dei cinque quartieri di New York che toccherà il percorso. Alla fine ci fermiamo, in coda ad altri pullman: è il momento di scendere. Convergiamo anche noi nel fiume di persone che camminano ordinatamente verso l’entrata dell’area di partenza, enorme e suddivisa in tre diverse zone di accesso. La polizia controlla il contenuto delle nostre borse di plastica, rigorosamente trasparenti. Sembra tutto ben organizzato. Si vedono anche le prime persone che si affacciano per salutare ai balconi delle casette sul ciglio della strada, tutte circondate dal loro piccolo giardino verde. Arriva il momento di dividersi: tre di noi partiranno dalla zona verde, gli altre tre, tra cui io, da quella blu. Abbracci, baci e in bocca al lupo: ci vediamo stasera in albergo. Noi “blu” proseguiamo alla scoperta del nostro territorio: in fondo sulla destra ci sono i camion dove lasciare le borse con i nostri effetti personali, sulla sinistra i tendoni dove ripararsi nell’attesa. Mancano tre ore alla partenza e non riesco a capire come riusciranno a passare senza stancarmi più della maratona.
Troviamo un piccolo spazio libero sotto uno di questi tendoni. Per fortuna è sull’asfalto, per cui c’è un po’ di umidità in meno. Ci sdraiamo supini, ci rialziamo per poi sederci, parliamo.

Sono un novellino, Emanuele e Francesco ne hanno già corse altre di maratone, anche qui a New York, e hanno dei tempi che io, ad oggi, posso solo sognare. Emanuele mi propone di seguirlo per prendere un buon ritmo; Francesco, più realista, giustamente mi disincentiva, invitandomi a riscaldarmi bene e a trovare il mio ritmo di gara per arrivare al traguardo in buone condizioni. “Per te – mi dice - l’importante oggi è arrivare alla fine in buone condizioni. Alla prossima penserai al tempo. Ricordati cosa dicono qui: one race, one pace. Trova il tuo ritmo e poi seguilo. Sono sicuro che ce la farai”.
Bevo un succo di frutta e mangio due cioccolatini fondenti. Vado tre volte nei bagni: voglio partire bello asciutto per non fermarmi durante la corsa. Tanto ad ogni chilometro potrò bere e reidratarmi.
Adesso il sole è finalmente alto. Sono le nove e decidiamo di andare a depositare ai camion le nostre borse. Anche se avremmo dovuto farlo prima: c’è una fila spaventosa, siamo tutti compressi come sardine e ci muoviamo a rilento. C’è qualche pecca nell’organizzazione delle file che vanno verso i camion e quelle che tornano indietro verso la zona di partenza, ma dopo tre quarti d’ora di compressione e qualche spinta riesco finalmente a depositare la mia borsa. Saluto i miei compagni, che hanno un numero di pettorale più basso del mio, e mi avvio verso la mia zona di partenza. C’è il sole, per cui lascio subito per terra i pantaloni di una vecchia tuta e la giacca a vento che avevo comprato sette anni fa proprio in occasione del mio secondo viaggio a New York: so che verranno raccolti per esser dati in beneficenza. Cammino lentamente nel lungo e snodato serpente di persone che si avvicina alla partenza del Verrazzano Bridge.

Sto per cominciare questa lunga avventura, questo tragitto che attraverserà tutta New York ma che a me attraversa l’anima già da un anno. Ad un certo punto il lento incedere verso la linea di partenza si ferma, e proprio mentre comincio a vedere la sagoma del ponte che si affaccia oltre un recinto alberato ancora verde, esplode il colpo di cannone che da il via agli atleti in prima fila. Un urlo di eccitazione si leva dalla schiera di gente che mi precede: la ING New York City Marathon del 2007 è cominciata!
Ecco, finalmente comincio a correre, all’altezza dei caselli stradali per il pagamento del pedaggio d’accesso al ponte. L’inizio del percorso è tutto in salita e la mia strategia di gara prevede di iniziare molto lentamente, per scaldarmi bene e non rischiare alcun tipo di infortunio muscolare. Mi guardo attorno: ci sono migliaia di persone che mi precedono e che sono alle mie spalle, ognuna che corre col suo ritmo. Per dieci che vanno più forte di me ce ne sono altrettanti che riesco a superare. Affaccio lo sguardo giù dal ponte e vedo una nave che crea giochi d’acqua sul mare. Un sole imprevedibile fa riflettere di luce argentea tutta la baia. Il primo chilometro di gara così.
Alla fine del Verrazzano si mette piede a Brooklyn e l’impatto è subito caldissimo: centinaia di persone si accalcano alle transenne poste su entrambi i lati della strada per incitare tutti i partecipanti, dal primo all’ultimo, in un carnevale di cartelli, suoni e colori che mette i brividi. E’ incredibile pensare che stanno riservando la stessa attenzione data al gruppo dei primi anche a noi, che viaggiamo intorno al 30 milesimo posto… Urla, applausi, batti il cinque: non mi perdo niente di questo bagno di folla che, per un momento, mi fa sentire importante e famoso come se fossi una rockstar o un calciatore. “Go Paolo, go”, “You look good”, “Forza Italia” sono alcune delle frasi che rimbalzano dai marciapiedi. Si percorre tutta la 4th Avenue in direzione nord, dall’incrocio con la 95° strada fino a Union Street. Ci sono tanti sudamericani, soprattutto peruviani, cileni e brasiliani, qualche argentino. Tantissimi centroamericani. I neri immancabili oltre a qualche turista infiltrato che fa il tifo per i partecipanti della sua nazione. Visto così Brooklyn sembra bello e ospitale, pieno di colori che convergono nell’azzurro tenue di questo fresco cielo autunnale. Tanta gente osserva anche dai balconi e dalle finestre delle case. Capisco appieno cosa significa per un atleta la partecipazione del pubblico ai suoi sforzi, che impatto possa avere un tifo compatto sulle prestazioni individuali e di squadra.

E così i miei primi chilometri si snodano tra queste strade col sorriso sulle labbra, sempre pronto a ringraziare per un incitamento o un saluto, senza concentrarmi molto sui segnali del mio fisico perché, in fondo, è ancora presto. Che gioia, che spettacolo!

Giungo così al nono miglio. Faccio due calcoli approssimativi, rendendomi conto che sono arrivato quasi al quindicesimo chilometro. Da qualche parte avevo letto che, dopo le cinque miglia, ci sarebbero state anche le segnalazioni dei chilometri ma noto con disappunto che non è così. Innanzitutto devo fare ogni volta delle conversioni numeriche che, mettendomi in difficoltà a mente fredda, mi risultano particolarmente ostiche mentre corro. Secondariamente perché il miglio è più lungo del chilometro, per cui psicologicamente avverto un peso maggiore: mi sembra di andare più piano. E’ vero, però, che i rifornimenti ci sono ad ogni chilometro: ad un primo bancone vengono distribuiti bicchieri di Gatorade (“ghèdorèd, ghèdorèd” segnalano i volontari che li distribuiscono), successivamente bicchieri d’acqua. Infine c’è un presidio medico a disposizione di chi ha necessità di soccorso ed al quale si possono rivolgere anche coloro che intendono ritirarsi. Da questo punto di vista l’organizzazione è impeccabile.
La fatica comincia a farsi sentire. Non è, ovviamente, un problema di fiato. Sono le gambe che, passo dopo passo, raccolgono su di sé tutte le centinaia di metri che progressivamente lascio alle spalle. Rendermi conto che sono arrivato poco oltre il terzo di gara, comunque, mi da più sollievo che preoccupazione: piano piano ce la posso fare ma a questo punto comincia ad essere determinante la testa più del fisico. Lascio immediatamente da parte qualsiasi pensiero negativo e ricomincio a concentrarmi sulla mia andatura e sui segnali che mi lancia il corpo. Ho sempre bevuto sin dal primo punto di ristoro con moderazione: so che è necessario idratarsi ma, allo stesso tempo, non bisogna eccedere perché si potrebbe cadere vittima di nausea o crampi intestinali. Adesso, ad esempio, non ho più voglia di Gatorade anche se ho sete. Capisco che ho assunto sali in quantità più che abbondanti, per cui decido di continuare a bere solo acqua. La scelta si rivelerà vincente, perché non avrò nessun problema legato all’idratazione e perché, a differenza della maggioranza degli altri partecipanti, non avrò mai bisogno di andare in bagno per tutti i quarantadue chilometri.
A ridosso di Greenpoint Avenue rallento un po’ perché spero di vedere Alessandro nei pressi delle transenne: non avevamo un vero e proprio appuntamento ma mi aveva detto che, se gli fosse stato possibile, sarebbe venuto ad assistere alla gara proprio vicino a quel punto che si trova leggermente prima della metà del tragitto. Scruto a destra e a sinistra, cerco di andare con lo sguardo oltre le prime file di persone che pressano le transenne ma non riesco a vedere né lui né il resto della famiglia. Decido di riprendere il mio ritmo normale: forse comincio ad aspettarmi un po’ troppe cose e devo tornare coi piedi per terra. Forse ho dimenticato che non sono Stefano Baldini…

Un po’ prima del ponte che collega Brooklyn al Queens si supera il tredicesimo miglio: metà gara è andata.
E’ una notevole iniezione di fiducia. Più che pensare alla fatica che avverto mi concentro sul fatto che ho già lasciato dietro di me oltre metà dell’opera. Arrivato sul ponte stabilisco che è il momento di fare un break e dare un po’ di ristoro ai muscoli, per cui decido di andare al passo per dieci minuti e di fare stretching in previsione del famoso momento di crisi che pare attanagliare tutti i maratoneti a ridosso del ventesimo miglio, il fatidico Muro (The Wall). Mentre cammino decido anche di mangiare una delle due barrette energetiche che mi sono portato nel sottile marsupio che mi gira intorno alla vita. Mastico con estrema cura e precisione quello che sembra essere ormai una specie di chewing gum che, a contatto col calore del corpo, si è malamente ammorbidito, onde evitare una fase digestiva che richiami troppo sangue nello stomaco. Preoccupato a recuperare energie, sento che qualcuno, un signore anziano coi capelli bianchi e gli occhiali da vista, mi dice:”E sei bravo un bel po’, Paolo!” con un accento spiccatamente marchigiano che mi riporta per un attimo alle vacanze dell’estate scorsa, alla bellezza della campagna ed alla maledizione dell’infortunio.
Superato il ponte metto piede nel Queens e ricomincio a correre. Nonostante i dieci minuti di “riposo” le gambe hanno ormai perso elasticità, ma la barretta energetica mi da la carica giusta. Inoltrandomi nel nuovo quartiere torno a guardarmi intorno, a vedere la gente per strada ed alle finestre, ad avvicinarmi alle transenne appositamente per battere il cinque a chi me lo vuole dare. Un altro miglio e mezzo ed arriviamo ai piedi del Queensboro Bridge. Questo ponte è inquietante: lungo un chilometro, unisce il Queens a Manhattan (da qui il nome) passando sopra Roosevelt Island. E’ tutto coperto, per cui genera un senso di oppressione che probabilmente ha la sua influenza nell’anticipare il momento della mia crisi. Adesso le gambe sono rigide, specialmente la destra, e mettermi a correre in salita per la prima metà della sua estensione mi sembra una mossa inopportuna. Decido di farmela a passo veloce, anche perché so che Giulia mi attende con le apparecchiature fotografiche pronta a riprendermi, per cui preferisco rallentare ora e uscire dal ponte di corsa come se fossi una gazzella… Affianco un tizio col mio stesso passo che mi sembra olandese per via della maglietta arancione che indossa e della parrucca (!) dello stesso colore che porta in testa:“Where are you from?”. In realtà scopro che è inglese, vive nei sobborghi di Londra e sta correndo per beneficenza. Quando vedo la fine del ponte e la curva a gomito che immette sulla First Avenue lo saluto e, a beneficio dei fotografi, ricomincio a correre.

Lo scorcio che vedo è incredibile: una folla di nuovo numerosissima si accalca sulle transenne e accompagna con una raffica di urla le onde di concorrenti sfornati dal Queensboro Bridge. Riuscirò, in mezzo a questa folla, a vedere Giulia e farmi riprendere? Guardo, cerco nella massa ma è difficile incontrarsi. Tutti incitano, gridano il tuo nome, “you can do it, you can do it” in continuazione; ancora mani tese che cercano la tua. “Paolo, Paolo!!!”: riconosco quella voce: eccola, è Giulia, la vedo e mi si scalda il cuore. Torno indietro per darle un bacio e le chiedo, ovviamente, di farmi una bella foto, pensando di mettermi “in posa” per assumere una postura da runner slanciato. Ma ci si può mettere in posa mentre si corre?!? Mah…
Ecco, adesso ho imboccato la First Avenue: è enorme, larghissima e lunghissima. Non ne vedo la fine e non riesco a contarne le corsie, forse anche perché sono ormai annebbiato dalla fatica. La gamba destra sembra quasi ingessata, mi sembra che da un momento all’altro il quadricipite possa strapparsi. Capisco che è arrivato il momento di crisi, quello che mette tutti in ginocchio, che alcuni non superano. In questi momenti, quando sul fisico non puoi fare affidamento, deve emergere la forza mentale. Prima cosa, quindi, è non andare nel panico: mantengo la calma, tengo lontano da me qualsiasi pensiero che possa scoraggiarmi o togliermi concentrazione.

So che voglio arrivare, che la linea del traguardo è il mio obiettivo, l’unica cosa per la quale sono arrivato fin qui e che niente al mondo potrà impedirmi di arrivare. Male che vada ci arriverò passeggiando come un povero vecchio, ma ci devo arrivare. Così rallento il ritmo della corsa ma non mi fermo. So che bisogna avere pazienza e saper aspettare. Quando la tempesta sarà passata, andrò avanti per forza di inerzia. Così hanno detto quelli che ci sono passati.
Sollevo lo sguardo: davanti a me, ad una decina di metri di distanza, un uomo di circa quarant’anni indossa la maglia numero dieci coi colori che più amo. Per uscire un po’ da me stesso e cercare di non sentire troppo questo momento di difficoltà mi avvicino per scambiare due parole:”Ehi, per caso sai cos’ha fatto la Roma?”. La risposta mi sorprende:”Are you Italian?”. Mi ha detto male: invece del tifoso malato col quale pensavo di fare una “rimpatriata” di discorsi abituali mi trovo a faticare per capire l’inglese americano di questo newyorkese affaticato che veste la maglia di Totti perché se l’è comprata in uno dei suoi viaggi da turista a Roma. “I’m gonna come to Rome for Christmas holidays” mi dice con un filo di voce. Capisco che lo sto martoriando e che lui sta attraversando una situazione ancor più dura della mia, per cui decido di salutarlo e di lasciarlo combattere senza ulteriori distrazioni. Good luck, you can do it.
Nel frattempo non è che io sia rifiorito. Quello che mi può salvare è quel pacchettino che, un pò più in là, stanno distribuendo poco dopo un ennesimo punto di ristoro. Il famoso gel di cui ho più volte sentito parlare che sembra sortisca l’effetto che hanno gli spinaci su Braccio di Ferro. Appena capisco cosa stanno offrendo sul marciapiede sinistro della strada mi avvicino e sporgo il braccio per prendere la mia razione. Si tratta di maltodestrine veicolate attraverso questa specie di marmellata gelatinosa appositamente studiata per essere velocemente assimilata dall’organismo e ridare energia. In effetti è una soluzione efficace: nel giro di pochi minuti sento che le gambe recuperano tonicità e prendono un ritmo che manterrò costante fino alla fine.
La 1st Avenue è ancora lunga da finire ma la consapevolezza di aver superato la famosa crisi che assale tutti intorno ai trenta chilometri mi rende ottimista. Nello stesso tempo so che manca ancora parecchio al traguardo: dodici chilometri sono pur sempre una distanza considerevole anche se ne hai già fatti più del doppio. Se, da un lato, questa considerazione fa leva positivamente sulla parte emotiva, la parte razionale sa che, proprio perché il corpo ha già speso molto, non bisogna cedere all’entusiasmo. Mi accorgo che il cervello funziona come un navigatore di bordo: elabora calcoli, misura i segnali della “macchina” e fa accendere le spie se c’è un’emergenza in qualche parte del motore. A suo modo lavora quanto le gambe, la schiena e le braccia.

E’ questa la cosa incantevole di questa disciplina: l’interazione costante, necessaria, ineluttabile di mente e corpo, il loro inseguirsi, l’aver bisogno inesorabilmente l’uno dell’altra, il loro venirsi incontro nei momenti difficili. Dopo l’inizio, in cui la freschezza atletica prendeva il sopravvento, e gli ultimi chilometri, dove la forza mentale ha sostenuto l’affaticamento dei muscoli, adesso regna un equilibrio frutto delle due fasi precedenti. Da ora in poi la mia velocità di corsa rimarrà costante fino alla fine.
Sul finire della 1st Avenue la folla ai lati della strada si dirada, lasciando spazio a diversi gruppi musicali che suonano a buon ritmo i loro brani. Giunge il momento di transitare sul Willis Avenue Bridge, un “ponticello” che ci scarica nel Bronx. Lo scenario è più dimesso: le case che fanno da sfondo sono ovviamente basse e abbastanza ammaccate, la gente meno numerosa ma piena di entusiasmo. Nonostante la stanchezza mi rimane quel briciolo di lucidità che mi consente di ragionare sul luogo in cui mi trovo: il ritratto della povertà, dell’ignoranza e della violenza che ne hanno fatto i film americani sembrano nascondersi dietro questi avamposti del quartiere più malfamato della Grande Mela. E’ solo un attimo, una fugace distrazione in cui non riesco a scivolare perché il mio obiettivo è ancora lontano e io lo voglio sempre più, in maniera inversamente proporzionale alle energie che lentamente mi abbandonano. Allora stringo i denti, non mollo, continuo a correre. Corro, o forse mi sembra di correre e invece sto barcollando, cercando di dare al mio passo un incedere quanto meno dignitoso. Qui nel Bronx è solo un miglio, giusto per dire che la ING New York City Marathon lambisce tutti i cinque quartieri della città.
Il transito del Madison Avenue Bridge ci riporta a Manhattan. O meglio, Harlem. Lo sapevo, ma qualora me ne potessi dimenticare ecco che uno splendido coro gospel di afroamericani ci da il benvenuto coi suoi canti nati dal dolore. Mi percorre un brivido nel sentire dal vivo, nel bel mezzo della strada, queste voci calde e potenti, le voci dei neri. Una scossa che per qualche centinaio di metri mi fa accelerare un po’ il ritmo. Harlem: tipiche case di mattoni rosso sangue dove anche gli U2, nel lontano 1987, vennero a girare il video di “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” ripreso nel film Rattle & Hum. L’America e gli U2, alle mie passioni ne manca solo una: la Roma. Giusto il tempo di pensarlo ed ecco che, alzando lo sguardo, una decina di metri avanti a me noto un uomo corpulento che avanza a stento indossando una maglia col numero dieci che subito riconosco. Ci riprovo:”Ciao, come va? Sai per caso che ha fatto la Roma?” Questa volta c’ho preso. Il tizio in questione, trascinando a stento la gamba destra, mi risponde con inequivocabile accento romano:”Ah, sei dei nostri anche te… Guarda, non lo so, me so’ stirato due chilometri fa ma al traguardo ce voglio arriva’ lo stesso. Adesso penso solo a questo, alla Roma ce penserò quando arrivo. Vai pure te che sei ancora sano!”
Al ventiduesimo miglio (adesso i chilometri non riesco a calcolarli) entriamo al Markus Garvey Memorial Park. Potrebbe sembrare Central Park, ma mi sono documentato e so che prima di arrivarci si passa per questo piccolo parco verde dietro al quale si stagliano alti verso il cielo i grattacieli. Molti, non sapendolo, credono di essere ormai in prossimità del traguardo, ma non è così: mancano ancora circa sette chilometri che, più o meno, dovrei riuscire a percorrere in una cinquantina di minuti.

Mi sento come un cacciatore che ha quasi raggiunto la sua preda: sono tentato di pensare che ok, si, ce l’ho fatta, posso cominciare a gioire.
E’ una forma di gratificazione che cerco istintivamente, ma riesco a rimanere vigile e a non abbassare la concentrazione. Anni di sport vissuto da praticante e da spettatore mi hanno insegnato che un risultato si acquisisce solo quando un arbitro fischia o un cronometro si ferma. Per cui torno a raccogliermi sui miei sforzi, sui miei muscoli, sull’andatura. Però l’aria della festa si comincia a respirare: lungo i marciapiedi alberati le urla della gente ondeggiano tra gli ultimi incoraggiamenti e le congratulazioni. “You’re almost there, you’re almost there; great, great! you’re great!” Fisso questi sguardi che sorridono soddisfatti e compiaciuti come se fossero stati loro stessi a compiere l’impresa. All’improvviso ho un impeto di commozione che soffoco immediatamente pensando che non è ancora tempo per festeggiare.
Perciò continuo a correre: corro, corro, corro ancora su e giù per questi saliscendi che mi fanno sbucare finalmente sull’ultimo rettilineo di Central Park South, dove un tripudio di gente continua ad incitare, dove a chi mi chiama per nome ho voglia di regalare un sorriso, un tocco di mano, un pollice alzato perché per un giorno, per cinque ore della mia vita che non riuscirò mai a dimenticare mi hanno fatto sentire un uomo importante, di nuovo capace di darsi un obiettivo e di raggiungerlo con tutte le risorse a sua disposizione, e che ha riscoperto che la più determinante di tutte è la passione.
L’ultimo chilometro è un turbinio vorticoso nel quale riincontro Giulia: stavolta non posso fermarmi per posare, per cui le grido di correre anche lei se vuole riprendermi. E proprio adesso, mentre la vedo che scatta per trovare una buona postazione per fare le ultime foto, esplodono in aria le parole struggenti di colui che lei ebbe l’ardire di definire “un cane che abbaia”, in un momento catartico che cancella il suo peccato e mi fa sentire davvero nato per correre. Il New Jersey è li davanti a me, a pochi chilometri in linea d’aria, e mai ho avuto la fantasia di pensare che un giorno avrei finito la maratona di New York spinto dalla più bella canzone scritta dal Boss di Asbury Park.
 
Paolo


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