Domenica 1° novembre, sotto una leggera pioggerellina tipica della stagione, si è svoltaavvolta dal solito entusiasmo e calore degli spettatori presenti, la 40esima edizione della maratona più spettacolare, famosa, affascinante e reclamizzata del mondo, quella di New York. Un’esperienza unica, coinvolgente per chi ha la fortuna di parteciparvi. E’ come entrare a far parte di una grande famiglia, che ogni anno si ritrova per festeggiare e rendere, a loro modo, omaggio ad una città meravigliosa. Ci sono tante storie da raccontare, racchiuse prima, durante e dopo i fatidici 42.195 metri del percorso, che non sono certo quelle che hanno come protagonisti atleti professionisti, personaggi famosi o figure pittoresche del luogo, che devono la loro presenza solo alla loro smisurata voglia di esibizionismo.
C’è per esempio quella di Claudio Balicchia, affermato dentista di 53 anni di Senigallia, appassionato di corse su media – corta distanza, che un giorno, spinto da un amico, decide di iscriversi alla gara. Noi siamo andati ad incontrarlo, per farci raccontare quello che per molti neofiti del genere è una sorta di “viaggio” interiore, ma soprattutto per fargli una semplice domanda: perché? “Per mettersi alla prova, fondamentalmente, anche se inizialmente le motivazioni erano altre . . . dopo le feste di Natale dell’anno scorso, avevo preso la decisione di buttare giù qualche kg di troppo, e, insieme al mio amico e collega Danilo Franchini, sono andato a correre un paio di volte alla settimana, coprendo una distanza relativamente breve, di sette – otto km in media. Una sera, questo mio amico, quasi coetaneo, mi fa: “Sai che ho sentito che quest’anno festeggeranno il 40esimo anno di nascita della maratona di New York . . . perché non la facciamo?!” A mente calda, mi sembrò un’idea suggestiva, ma anche inconcepibile: per me fare dieci km era come correre una maratona! Poi mi sono informato su Internet, e spulciando in giro tra i vari siti, ho trovato delle tabelle di allenamento che facevano proprio al caso nostro. Erano state formulate da preparatori atletici di un certo livello, quali Pizzolato, Massini, ecc. . . , rivolte a semplici appassionati come noi. Il tempo c’era, la voglia pure: alla fine mi convinsi.
La prima fase andava da gennaio a maggio, e i risultati erano più che soddifacenti. Abbiamo cominciato su di una distanza di 10 km, per poi salire a 18, poi a 20 . . . insomma, uno steep alla volta. Il 15 maggio abbiamo partecipato alla mezza maratona di Rimini, e nonostante affrontai la gara con prudenza e rispetto verso le mie capacità di resistenza, arrivai al traguardo con il tempo di 2 ore e 3 minuti. Il corpo rispondeva bene agli sforzi, e la mente era proiettata verso quella che era diventata una sfida con me stesso. Dopo una settimana di riposo, passammo alla seconda fase della tabella, quella relativa alla maratona intera. Gli allenamenti divennero, ovviamente, più faticosi, ma anche più stimolanti: correvamo quattro volte a settimana, per circa 35 km. Era metà giugno, e c’erano dei giorni in cui il caldo si sentiva, eccome. Andavamo nella zona di Arcevia, anche perché c’erano molte salite, e volevamo abituare la muscolatura ai cambi di piano (che sono numerosissimi a New York). A fine agosto, abbiamo fatto un’altra mezza maratona, a Gabicce – Monte Pesaro: 1 ora e 50 minuti. Ero pronto, l’unica cosa da provare erano i 42 km e passa . . . “ E quando è avvenuto? “A New York!” Vuoi farmi credere che prima di allora, tu non avevi mai corso una distanza simile?! “E’ una tecnica di preparazione: la fanno anche i top – runners.” Ma dato che tu non lo sei, mi togli una curiosità: ma cosa ti hanno detto a casa, quando gli hai riferito la notizia? “All’inizio con molta perplessità. Pensavano che fossi impazzito . . . e come dargli torto. Poi però si sono ricreduti, e vedevano che facevo sul serio, e lo facevo bene. Devo dire che hanno avuto una pazienza incredibile: per mesi non parlavo d’altro che della gara, della preparazione, dei tempi che miglioravano . . .” Ti hanno seguito a New York? “Solo mia moglie, i figli non hanno potuto.”
Altra curiosità: quale iter hai seguito per iscriverti? Una manifestazione simile ha una richiesta di partecipazione altissima. “Conviene muoversi almeno un anno prima, a dicembre. Per noi italiani, che poi rappresentiamo, tolti ovviamente gli americani, la rappresentanza più numerosa (quest’anno erano circa 3.500, n.d.r.) il modo più semplice è quello di rivolgersi ad agenzie di turismo sportivo, che sono riconosciute dal New York Road Runner, il club podistico che organizza la maratona sin dalla prima edizione. Sono loro a pensare a tutto: pettorale (250 dollari) e, se vuoi, anche viaggio e alloggio. In Italia i punti di riferimento sono un paio, tra cui quello che abbiamo contattato noi, il Terramia Club. “ E adesso parliamo della gara. Eri preoccupato da debuttante? “Diciamo che ci avevano messo in guardia, il giorno prima della partenza. Mi ero naturalmente documentato su internet, ma di persona è tutta un’altra storia. Siamo arrivati a Staten Island prestissimo, tre ore prima della partenza (10.10 del mattino, n.d.r.): faceva un po’ freddo e visto che eravamo in 43 mila persone, non c’era tanto spazio per fare riscaldamento. Ci hanno diviso in tre ondate, per favorire lo smaltimento. Ogni venti minuti ne partiva una; in realtà ogni ondata era suddivisa ulteriormente in sette minigruppi, che fanno si che quei venti minuti non sono di attesa, ma tutti occupati. In sottofondo c’erano le note di “New York, New York”, poi un colpo di cannone, e via, si partiva.” Non deve essere facile correre con tutta quella calca intorno? “Non è agevole, però scorreva bene. Certo, all’inizio devi un po’ zigzagare, ma se non sei esperto come il sottoscritto . . . alla fine mi sono reso conto di aver corso per un km e mezzo più del previsto, proprio per questo motivo!” E dopo la partenza? “Giri l’angolo e ti trovi subito il ponte di Verrazzano. Però lo sai che c’è questo km e passa da fare in salita, che poi non è molto ripido . . . andando per Scapezzano è peggio! Finito il ponte, hai 10 – 15 km di percorso pianeggiante, e quasi non te ne accorgi. Intorno a te hai tanta, ma tanta di quella gente che ti incita, ti sostiene, ti incoraggia, urla il nome o il paese di provenienza sulla pettorina. E’ il vero spettacolo della maratona. Poi arrivi a Brooklyn, e ancora dopo al temuto ponte di Queensboro, che collega il Queens, appunto, a Manhattan. Temuto non perché sia pesante (e più corto del primo), ma perché sei già a metà percorso, la fatica comincia a farsi sentire . . . è un punto fondamentale, dove valuti le tue attuali condizioni fisiche.” E tu come stavi? “Ancora ero in grado di intendere e di volere, le gambe giravano . . . se non faccio il matto, mi dicevo, alla fine ci posso anche arrivare!” E il famoso muro dei 35 km? “Avevo ancora benzina nel carburante.
Ma la seconda parte del percorso è la più difficile: un sali – scendi continuo, e dopo 22 km non è affatto piacevole. Tra la partenza e l’arrivo, c’è un dislivello da colmare di circa 250 metri. Non sono pochi. E’ anche per questo motivo che i record si fanno a Berlino, Amsterdam, Parigi: sono maratone più veloci. Però il colpo d’occhio di New York, il clima che si respirava . . . durante le corse di lunga durata, se non sei fissato con i tempi, puoi goderti tutto ciò che ti sta intorno, e in una città simile, lo scenario ti toglie il fiato. Per loro è come una festa: all’inizio è tutto un gioco, poi però ti rendi conto che stai andando bene, e, senza esagerare, cominci a concentrarti sulla gara. E in quelle ore, recuperi il rapporto con te stesso e il tuo fisico. “ Immagino anche la gioia che hai provato tagliando il traguardo. “Più che altro è stata la soddisfazione di aver ottenuto ciò che volevo. Nel sito del New York Road Runner Club c’è un motto, che in italiano, recita più o meno così: “Se davvero vuoi una cosa, puoi ottenerla” . . . ed è vero.”
Una cartolina da New York: cosa ti ha più impressionato di questa esperienza? “L’organizzazione generale: ma ci pensate a fornire a più di 43 mila persone pettorine e sensori dotati di microchip (che vanno applicati alle scarpe e che consentono, una volta andati sull’apposito sito, muniti di password, di vedere i propri tempi intermedi)? Ad ogni miglio c’era una postazione medica, bagni pubblici, la possibilità di reidratarti . . . dopo l’arrivo, ti danno una medaglietta, ti fanno la foto, ti coprono con una coperta termica, ti offrono una busta contenente una mela, una bottiglia di gatorade e una barretta energetica . . . efficientissimi. Dopo due ore, ero in albergo a farmi la doccia.” E lì sei crollato? “No, sono uscito alle sette, a farmi una passeggiata e a cenare, con una bella bistecca e delle patatine fritte.” Pure! E invece la cosa che ti ha più emozionato? “Entrare e correre per Central Park, con tutti colori dell’inverno a fare da sfondo. E’ stato meraviglioso!” Non ti ho domandato che tempo hai fatto? “4 ore e 3 minuti . . . un po’ mi rode: visto l’andamento, potevo tranquillamente scendere sotto le quattro ore.” E adesso, un po’ di riposo . . . “Si, ma non tanto. A metà dicembre c’è la maratona di Reggio Emilia . . . mi sa che la faccio! Dopo tutto . . . l’allenamento ce l’ho, la voglia pure: “se davvero vuoi una cosa, puoi ottenerla” , diceva il motto, no?!”
Claudio Balicchia
NYC Marathon 2009
Pettorale 50038
Official Time:
04:03:52 |