|
NEW YORK, NEW YORK
Un torrente di emozioni…………….
Cosa dire di New York, girando nella stupefacente Manhattan sembra di essere immersi in un film, grattacieli enormi sopra le nostre teste e subito sopra il nostro Hotels (Chrysler Building), miriadi di taxi, le strade enormi e piene di semafori (per il numero enorme di Street), i marciapiedi grandi, il caffè bollente con il bicchiere grande come una CocaCola media, le enormi luci di Time Square, la grandezza e il fascino della Statua della Libertà, l’allenamento mattutino a Central Park, la toccante visita a Ground Zero e della Cappella di St. Paul’s , la salita all’Empire State Building e l’immensa vista dall’alto della Big Apple, il leggendario Ponte di Brooklyn illuminato di notte, il pranzo al molo di Lower Manhattan al Pier 17 (Molo 17), la visita a Chinatown e Little Italy (o Little China), l’entrata alla Grand Central Terminale (altro che le nostre stazioni dei treni) per prendere il Metro, tante tante tante altre cose, palazzi, vie, persone che resteranno nei miei ricordi indelebili.
Ma qui, io Nicola, mio fratello Stefano, Luca detto Pat e il nostro amico for President Vincenzo (con alle spalle ben 57 Maratone), siamo arrivati per correre i 26,2 miglia (42,195 Km) della NYCM ossia
la ING New York City Marathon 2006, la Maratona delle Maratone, la maratona che ogni atleta (e ve lo consiglio) dovrebbe fare almeno una volta nella vita, ed è di quello che parliamo: la zona della partenza a Staten Island sul Ponte (Verrazzano Bridge) è enorme e i 38.000 podisti di tutto il mondo si muovono senza intralcio, nella fase di riscaldamento, del breakfast abbondante che l’organizzazione offre, degli ultimi momenti per la concentrazione. Con l’adrenalina alle stelle prendo posto nella mia sezione nel serpentone dei 38.000.
Ci siamo: tutti al proprio posto, i megaschermi inquadrano la linea di partenza e vengono presentati i top runner, tra cui il nostro campione olimpico Stefano Baldini. Il boato del cannone arriva inaspettato per tutti: si parte! Le note di “New York, New York” rimbombano al passaggio della partenza e volano indumenti di qualunque tipo (questi che ci scaldavano fino prima della partenza dopo andranno in dono ai barboni della città). All’orizzonte la sagoma dei grattacieli di Manhattan: là vicino c’è l’arrivo... Accidenti, quanto sono lontani! Il ponte oscilla sotto i colpi dei 76.000 piedi.
Dopo i primi Km o miglia capisco che questa non è una Maratona da tempo, ma una festa di tutti, chi se ne frega del cronometro…. Scendiamo dal ponte, entriamo a Brooklyn e comincia la festa che ci accompagnerà fino all’arrivo. Difficile descrivere la sensazione di correre tra due ali di folla urlante e festosa che ti tende le mani in attesa di un "gimme five" o di un sorriso.
E’ anche possibile scegliere tra diverse gradazioni di contatto con il pubblico: nullo, se stai al centro del fiume di corridori; fisico, se scivoli lungo il pubblico, al lato della strada e non puoi sottrarti a tutte quelle mani grandi e piccole che ti si parano davanti. Ci sono persone di ogni età e colore; qualcuno aspetta il passaggio d i un conoscente, ma la grande maggioranza è lì per tutti noi e sventola cartelli tipo “ Pride Is Forever”, “You Are The Greatest!”, “Go Runners!”. E poi le urla... “Lookin’ Good!”, “Come on!”, “Go!”.
Difficile non emozionarsi. Corro con un braccio alzato davanti a quella moltitudine di volti che scorrono veloci, cercando di accontentare tutti con un seppur breve contatto con la mano, un sorriso o un saluto.
In molti, vedendo la mia maglietta colorata e con scritto in grande ITALIA, esplodono in festeggiamenti ancora più calorosi; forza ITALIA con l’accento Americano, nella baraonda generale.
In molti offrono bicchieri d’acqua, spicchi d’arancio, caramelle, lecca lecca, banane, o più semplicemente dei fogli di carta assorbente utilissimi per asciugare il sudore.
In realtà i ristori ufficiali sono così frequenti che non si sente il bisogno di nulla, ma il fa tto che la gente si sia organizzata comperando cose da offrire per il giorno della maratona fa commuovere. Dopo Brooklyn si arriva al Queens: cambia la fisionomia del pubblico - da nera a in prevalenza ispanica - ma non cambia il calore della gente, musica dal vivo, le bande dei rioni e le radio dei rapper a chiodo. Altre persone che fatico a capire sono i podisti che corrono con gli auricolari, per punizione li manderei tutti a correre a Milano (la maratona out). Supero dei vigili del fuoco newyorkesi: con addosso la tuta di lavoro con i “spalazi”, il casco, gli faccio il gesto del pollice alzato: mi ricambia con un sorriso, i genitori con i bambini in braccio che gli allungano le manine per fargli dare il cinque, i 15 bambini in fila tutti con le mani pronte, voglio gustarmi ogni goccia di questo bagno di folla anche faticando di più.
Dalla mia sento di avere tutte le persone, amici e parenti, che nelle ultime settimane si sono interessate alla mia piccola avventura e che mi stanno seguendo col pensiero o stanno guardano quel poco che fanno vedere in TV in Italia.
Al 15° miglio, imbocco il Queensboro Bridge, scuro, freddo, tutto di ferro, in salita e senza gente e tifo, un attimo di freddura in tutto quel calore accumulato prima; ma subito uscito dal ponte per inserirsi sulla First Evenue in Manhattan mi viene come si suol dire (el pel de Galina) un immensa folla di gente anche su delle tribune con tifo da stadio musica a chiodo, li mi sono veramente emozionato e il cuore è salito a mille.
La First Evenue è lunga circa 3,5 miglia (5-6 Km) lunga diritta ed è tutto un sali e scendi spacca gambe, li incontro mio fratello Stefano che mi dice che gli è appena venuto un crampo ma lo vedo ancora “sano” e contento, lo lascio per ritornare sul bordo della strada per incitare il pubblico e per raccogliere il loro tifo e calore.
Dopo aver passato il Willis Ave. Bridge il ponte con il panno arancione si f a un breve passaggio nel Bronx e si torna a Manhattan per un lungo (interminabile) rettilineo la Fifty Evenue di 3 chilometri, prima di entrare a Central Park.
Oramai è quasi fatta, mancano solo 6 chilometri. Adesso risento di tutte le “minchiate” che ho fatto con il pubblico e perciò cammino per circa 500 metri e sento intorno a me il pubblico che mi incita: ascolto le parole, ma questa volta non ho il coraggio di alzare lo sguardo dall’asfalto.
Una cosa che i newyorkesi conoscono e apprezzano, la capacità di ricominciare dopo la crisi: e se questo non succede qui, non può succedere da nessuna parte. Riparto anche se le gambe sono praticamente dure come un “capostabile”, ma “forza!” tutto l’allenamento che ho fatto era anche nel sopportare la fatica e il dolore.
Vedo il Columbus Circe (vedo!!!! Appannato), estraggo la bandiera Italiana (la portavo con me dall’inizio) la metto sul collo e vedo il cartello delle 26 miglia, le ultime 385 yard. Ultimi metri il tifo sulle tribune. Alzo le braccia, faccio la foto all’arrivo e al cronometro e chiedo un ultimo sforzo alle mie gambe legnose.
Taglio il meraviglioso traguardo di Central Park. Faccio pochi passi, una ragazza mi porge la medaglia al collo e mi dice “congratulation” e io la ringrazio.
Mi fanno la foto di rito con la medaglia al collo, mi mettono la coperta termica e in quel momento penso alle 3 ore e mezza che sono volate, ho corso guardando il cronometro solo una volta per capire di stare sotto le 3 ore e mezza, godendomi ogni metro.
Per fortuna ho ancora la testa imbottita di sensazioni, e ci vorranno giorni per metabolizzare il tutto.
Adesso c’è la zona dove tolgono il chip (che serve per il cronometraggio), la signorina è gentilissima mi slaccia la scarpa mi toglie il chip e mi riallaccia la scarpa poi mi guarda sorridente e si congratula con me.
Procedo lentamente in direzione del recupero delle sacche con i propri indumenti di ricambio, i truk (furgoni dell’UPS) incominciano da n° 1 e io con rammarico penso che ho il n° 52 perciò circa ancora 1 Km in Central Park barcollando con le gambe legnose.
Con un po’ di difficoltà recupero la mia sacca, e finalmente mi metto addosso qualcosa di asciutto.
Dopo un po’ trovo i miei amici di avventura, mio fratello Stefano, Luca e Vincenzo tutti soddisfatti e contenti.
Questa è stata la mia maratona di NY, la mia prima maratona. Più che un gesto atletico, un'avventura straordinaria, e come tale la colloco su un piano diverso da tutte le altre manifestazioni sportive effettuate (anche se la Marcialonga si può avvicinare a tutto questo), ma è un’esperienza talmente intensa, che nessuno torna insoddisfatto.
Un’esperienza che consiglio veramente a tutti (il tempo limite è 8 ore- è per tutti).
Bello è anche vedere il proprio nome il giorno dopo sul
“The New York Times”.
Nicola Pretto
Pettorale 3236
Official Time 3h24m52s
Stefano Pretto
Pettorale 4824
Official Time 3h33m12s
Luca Paternoster
Pettorale 10937
Official Time 3h56m48s
Vincenzo Rossetti
Pettorale 2534
Official Time 3h19m24s
|