New York con Terramia, le grandi emozioni!
ING NEW YORK CITY MARATHON™ CON TERRAMIA 2008
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Michele Perin
Maratona di New York
Tempo personale reale 4h 03’ 41”
Pettorale 13744


New York, secondo me

Estratto della classifica

31/10/07 finalmente si parte per la grande mela.
In questo racconto, tralascerò quel che è stata anche la vacanza, poiché essere a New York oltre all’evento sportivo c’è l’obbligo di visita dei maggiori monumenti e parti importanti di questa città, molto diversa nella abitudini e paesaggi.
La preiscrizione a Gennaio, la conferma dell’iscrizione a Febbraio uno sogno che stà diventando realtà.
Atterriamo a New York alle 13.00 ora locale, ed eseguite le formalità del bagaglio, si prende il Bus per raggiungere Manhattan.
Lungo la strada si vede già cos’è l’America, macchine enormi, strada larghissime, un forte traffico, molto ordinato devo dire, molte bandiere americane appese alle porte, case basse per il momento e quasi tutte uguali.
E’ il giorno di Halloween e quando si passa vicino alle scuole si vedono i bambini vestiti, chi da Batman, chi da strega, chi da mostro e tutti con la loro zucca fatta a cestino, per andare a negozi e a case per raccogliere le caramelle.
Finalmente si comincia a scorgere in lontananza New York con i suoi grattacieli, l’emozione sale.
Un po’ prima del tunnel che ci fa attraversare il fiume, si vede la città da vicino ed è come la si è sempre vista per televisione o in cartolina, grattacieli altissimi e su tutti svetta l’Empire State Building.

Giovedì 01/11/07 svegliati alle 5.30 del mattino senza sonno, ci apprestiamo a fare la classica colazione americana, con i classici bicchieroni di cappuccino e paste di tutti i generi.
Oggi è previsto il giro di Manhattan in pulmann che ci occuperà tutta la mattinata.
Successivamente ci dirigeremo verso l’Expo per il ritiro dei pettorali e sacco gara.Fatto il giro turistico la destinazione almeno per me più importante è l’Expo.
Entriamo e c’è la prima emozione, dopo molti mesi di attesa e molti kilometri percorsi per allenarsi, si ha il primo contatto con l’evento Maratona, non è la mia prima maratona, ma l’emozione per un’evento del genere e grande, erano molti anni che sognavo di farla.
Foto di rito per il ritiro del pettorale e giro tra le marche esposte per l’acquisto di gadget e materiale tecnico.

02/11/07 sveglia alle 6.00 per allenamento mattutino e ritrovo a Columbus Circle per allenamento di rito assieme al gruppo Terramia a Central Park.

Il gruppo di Italiani è molto numeroso e durante la foto sulle gradinate, instauriamo una sfida con un gruppo di tedeschi a fianco, per vedere chi esulta più forte.
Cose banali, ma fanno si che cresca quel sano agonismo che è dentro tutti noi.
Partiti ci addentriamo all’interno di Central Park guidati dal mitico Orlando Pizzolato ed incontriamo lungo il cammino una quantità enorme di persone che corrono,: italiani, francesi, olandesi inconfondibili dal colore arancione, ma anche brasiliani, cinesi, e chi più ne ha più ne metta.
Arriviamo finalmente sull’anello del laghetto, dove hanno girato il film “Il Maratoneta” con Dustin Hofmann, io assieme a mio cognato nonché compagno di corsa, cominciamo ad emozionarci e diventa d’obbligo fare delle fotografie per ricordo.
Infatti la maratona che disputeremo non sarà solo agonismo, ma poter vedere posti e persone, in quanto non ci ricapiterà di nuovo poter partecipare ad un evento del genere.
Rientro in albergo per una doccia e si riesce per andare a vedere l’Empire State Building è d’obbligo.

03/11/07 è giorno di vigilia, infatti uscendo possiamo assistere al passaggio della International Friendship Run corsetta non agonistica per chi partecipa domani alla maratona.
Assistiamo un po’ al passaggio, ed è una fiera di bandiere di tutti i paesi del mondo.
Guardano la quantità enorme di partecipanti posso solo immaginare cosa ci sarà domani alla maratona.
Oggi fa molto freddo e c’è un vento impressionante speriamo bene per domani.
Noi non partecipiamo, in quanto abbiamo un po’ le gambe stanche e optiamo per una crociera in battello attorno all’isola di Manhattan.

04/11/07 è il grande giorno.
Sveglia alle 5.00 colazione in bagno, per non svegliare bambino e moglie a base di tortine, nutella, carboidrati vari, barrette.
Scendo nella Hall e vedo mio cognato, non so tra i due chi è il più agitato.
Sono le 5.50 e sembra che tutto il mondo partecipi alla maratona, per strada vedo gente che cammina con la sacca e mi chiedo dove vanno questi?
Noi, saliamo nel pulmann, già predisposto, che ci porterà alla partenza e, più avanti capiamo dove andavano a piedi quelle persone, infatti vediamo una colonna interminabile di autobus predisposti, che aspettano solo di essere riempiti dai maratoneti.
Usciamo da Manhattan e la vista è mozzafiato, è ancora notte praticamente e tutti i grattacieli sono illuminati e sta crescendo l’alba dietro di essi è bellissimo.
Arriviamo al Ponte di Verrazzano qui c’è una marea di gente, scesi dal pulmann ci dirigiamo verso la nostra zona di appartenenza e cerchiamo subito qualche cosa di caldo e constatiamo subito che l’organizzazione è perfetta, c’è di tutto e di più: tè, caffe, gatorade, e la gente aumenta momento per momento.
Fa un po’ freddo, ma siamo equipaggiati a dovere, ci siamo portati da casa un sacco di nylon e possiamo buttarci per terra nell’attesa.
C’è gente vestita in tutti i modi, chi ha la cuffietta per la doccia, uno il materassino da mare, scorgo uno con il cappello da bersagliere, uno vestiti da Robin di Batman con tanto di mantello.
E’ arrivata l’ora di consegnare la sacca e dirigersi verso le griglie di partenza.
Incredibile tutti ordinati si fermano al numero del proprio pettorale, altro che in Italia.
L’ora si avvicina, e l’emozione cresce, come il numero di persone che ho affianco, vedo Gennaro Di Napoli, ma non lo disturbo starà trovando anche lui la calma necessaria per affrontare la fatica.
Finalmente la fila avanza verso il ponte per posizionarsi in partenza, vedo dietro di noi il campo che lasciamo, pieno di tutto, rifiuti, vestiario, chi è ancora intento a fare stretching, ma soprattutto vedo di fronte a me lo striscione con scritto stard ed il mitico ponte che sarà invaso da migliaia di persone tra qualche minuto.
Parte l’inno americano, una grande emozione, lo sparo di cannone ed i primi partono.
A tutto volume inizia New York, New York di Sinatra, ho i brividi, tutti che cantano e guardando avanti, sembra che il ponte innondato di persone si muova.

Finalmente dopo qualche minuto passo anch’io sotto lo start, avvio il cronometro, il segno della croce e parto a correre...sembra incredibile, l’ho sempre visto per televisione ed ora anch’io sono qui, un puntino irriconoscibile sullo schermo televisivo o visto dall’alto, ma sono io.
La strada scivola sotto i piedi, alzo lo sguardo al cielo e vedo queste enormi piloni del ponte e mi sento proprio piccolo, davanti, a fianco, dietro una miriade di persone.
Finita l’emozione del ponte, si arriva sulla strada vera e incontriamo il pubblico, fantastico e calorosissimo, un incitamento che non ha eguali.
Un amico, prima di partire mi consiglia di scrivermi il nome davanti, in più ho la canotta con scritto Italia, in continuo sento il mio nome o Italia, Italia, con la mano accarezzo quella dei bambini o adulti che me la porgono, so che questo lo pagherò prima o poi, ma non posso farne a meno.

A mano a mano che i kilometri passano, il paesaggio e la gente cambia, poiché si possono distinguere i vari tipi di persone, prima i messicani, poi i portoricani, le chiese diverse tra loro e di conseguenza le varie religioni, ora siamo di fronte ad una specie di convento e vedo un prete con la cinepresa ed una suora che urla il mio nome, la saluto e sembra che gli faccio un regalo poiché esulta ancora di più.
Siamo verso alla mezza e scorgo il Queensboro Bridge, non pensavo fosse così duro, la gente comincia a camminare… è salita, poi discesa.
Beh se prima c’era tanta gente entrando sulla Firt Avenue lo spettacolo si moltiplica almeno per tre, una quantità di gente impressionante.
Con mia moglie eravamo d’accordo che dovevamo vederci qui, ma è impossibile migliaia e migliaia di persone assiepate dietro le transenne, scorgo mio padre in piedi sopra le transenne ed arrampicato su un lampione non posso non vederlo, si sbraccia che sembra matto, con la macchina fotografica in mano.
Il caldo ed il sole fa posto al vento e sento un po’ di freddo, sento di aver bevuto un po’ troppo e con le mani mi copro la pancia speriamo bene.
Noto a malincuore che purtroppo non c’è niente da mangiare, ma non è un problema di tanto in tento ci sono persone tra il pubblico che offrono arance già tagliate o banane, opto per prenderne una, ne avevo proprio bisogno.
La strada e tutta dritta ora si andrà verso Haarlem, e poi si conquisterà il Bronx, sento le gambe un po’ stanche, sto pagando l’andatura e lo sforzo iniziale, siamo verso il 28°-30° kilometro, qui la gente diminuisce un po’ e cambia stiamo andando verso la parte povera, ma non di calore e benvenuti.
Passiamo il ponte sopra l’East River ed è Bronx, sentito tanto parlare, qui la maggior parte sono neri e si fanno sentire, echeggiano la note di Rocky e sale un po’ d’adrenalina, che però passa subito le stanchezze si fanno sentire anche perché il percorso molto ondulato è difficoltoso.
Svoltiamo, ed alla discesa verso il Bronx, si presenta la risalita verso Central Parck, le cose cominciano a farsi un pochino difficoltose, le gambe rispondono poco e mancano ancora molti kilometri, finalmente entro nel parco ed i colori dell’autunno rendono il panorama come un quadro.
Anche le persone che corrono accanto a me, cominciano tutte ad avere la faccia tirata e quel sorrisetto stampato che non è proprio di felicità, di tanto in tanto si ha ancora la forza per dare un cinque, ma la concentrazione è sulla strada, gli incitamenti dentro la testa arrivano un po’ più attenuati, anche gli zuccheri se ne sono andati.

22°-23°-24°-25° miglio, siamo verso la fine il ginocchio mi duole ma spero tanto di vedere mia moglie e mio figlio, l’altro punto di ritrovo è prima di rientrare in Central Parck e qui dovrei vederli, c’è sempre tanta gente, ma è fattibile.

Molti pensieri come sempre affollano la testa, le moltiplicazione per trasformare le miglia in kilometri non riescono più,
ma scorgo il cartello ultimo miglio, bene è quasi fatta, ma è sempre salita, un inglese affianco a me non c’è la fa più e con lo sguardo mi dice, mi arrendo, dalle transenne incredibile, entrano due spettatori che lo incitano Brian Brian, ha il nome scritto anche lui, England England urlano, lo prendono sotto braccio e riparte a correre di nuovo, non può deluderli, ma dopo un centinaio di metri ci riguardiamo deve camminare per forza le forze sono al lumicino.
Anch’io alterno alcuni metri al passo, vedo il cartello in lontananza 800 metri e risento urlare il mio nome, ma questa volta la voce è famigliare, mia mamma che urla e vedo mia moglie con la telecamera che comincia urlare e saltare, anche lei.
Il mio arrivo è anticipato, vedo mio figlio che mi guarda come fossi un marziano, devo essere irriconoscibile, timido timido mi saluta e gli do un bacio, mi viene da piangere dall’emozione.
Faccio qualche metro e bacio mia moglie e mi viene da ringraziarla di essere li, riparto e mi accorgo che ho le lacrime.

Mi sono passati tutti i dolori, mancano 400 metri si vola,
non riesco a stare sotto le quattro ore, non importa rallento e mi godo il pubblico ai lati della strada, sembra che i primi siano passati da qualche minuto, poiché la gente è ancora moltissima.
Corro e sembra che gli ultimi metri non passino mai, ma scorgo dietro agli alberi il traguardo, ne ho passati tanti di arrivi, ma come questo no, il sogno si è avverato.

Passo il traguardo a braccia alzate, fermo il cronometro 4ore 03 minuti il mio tempo finale,
ho vinto anche questa maratona, la vittoria è solo mia, personale, io contro me stesso come gli altri quarantamila.

Come ogni vittoria merito la medaglia
e mi inchino innanzi alla signora di colore che me la mette al collo, un Thank You e l’abbraccio per ringraziarla, lei mi guarda e sorride, è il cerimoniere di molti anonimi come me, che per arrivare a passare questo traguardo, comunque ce l’hanno messa tutta.
Ora tocca rimettersi in fila per uscire, tutti quelli dell’organizzazione gentilissimi ti indicano la strada, ti sorridono, ti applaudono, ti accompagnano verso la zona cambio.
Guardo quelli attorno a me, tutti testa bassa che ricordano già l’evento, qualcuno sorride, altri hanno una smorfia di dolore e camminano tenendosi una gamba (crampi), altri lo sguardo assorto e perso camminano come automi, di questi sono la maggioranza.
Arrivo alla sacca decido ci cambiarmi nel primo spazio che trovo libero.
Sedersi è come fare la maratona, si piegano le gambe per la prima volta dopo ore, i dolori si fanno sentire e parte qualche crampo, chi ti vede ride, ma sa che quando toccherà a lui sarà la stessa cosa.
Da seduto posso ammirare la mia medaglia e sono soddisfatto.
Mi avvio ai pulmann per il rientro, gli assistenti sono gentilissimi.

Arrivo in albergo, cerco la chiave nella sacca e vedo la porta che si apre,
mia moglie e mio figlio sono arrivati prima di me e scatta un altro abbraccio.
L’avventura è finita, ma c’è da sognare ancora per molto, in quanto le emozioni provate e le immagini impresse nella memoria da ripassare sono moltissime.
Una doccia e fuori a cena, con i miei per rivivere e ricordare già un evento vissuto qualche ora prima.
Domani si riparte per ritornare a casa, senza malinconia perché questo evento che ti fa sentire importante come non mi sono mai sentito, ti lascia molto.

05/11/07 ci si alza vado a prendere il cappuccino e una pasta per tutti esco dalla camera e vedo il New York Times incredibile vedo il mio nome stampato sopra nell’elenco degli arrivati, altra emozione, mai avrei pensato nella mia vita di finire lì.
Le valigie sono fatte, si scende nella Hall dell’albergo si incontrano i compagni di corsa del giorno prima e si ascoltano e si scambiano le impressioni del giorno prima.
Alcuni cominciano a dire i loro tempi, e magari ti accorgi riguardando l’ordine di arrivo messo sul giornale che hanno mentito sul loro tempo finale facendo si vedere, ma li lasci fare e sorridi, è sempre così, gli atleti sono bugiardi per natura.
E’ terminata questa vacanza ed anche il mio racconto.
Non sarà facile riviverla, ma mani dire mai, ora ritorniamo alla realtà visto che abbiamo volato alto per un paio di giorni.

Michele

 
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