Massimo Vaccaro
Maratona di New York
Official Time 4h 30 ’ 16 ”
Pettorale 21846
Un po' in ritardo vi invio il racconto della mia NYC Marathon 2007....tratto dalla mia fedele Moleskine ed in parte finito sul mio blog....
web: http://www.105mm.it
blog: http://blog.105mm.it
Ed eccoci lì, io e mia moglie, all’aeroporto di Milano Malpensa, pronti a intraprendere il viaggio che ci porterà a New York per la seconda volta nell’arco di 11 mesi. C’eravamo già stati in gennaio, rientrando dal viaggio di nozze e già consapevoli di quello che avremmo affrontato in novembre, tanto che, trovandoci sul ponte di Brooklyn ed osservando in lontananza il Verrazzano Bridge, ci siamo detti: “Ma siamo sicuri di volerlo fare?”. Sì, ne eravamo sicuri.
La mattina della gara la tensione e la paura di non riuscire ad arrivare in fondo erano alte. Dopo aver patito il freddo – dato che si raggiunge Staten Island alle 6.30 del mattino e la partenza è alle 10.10 – ed esserci incoraggiati a vicenda, ci separammo per raggiungere i nostri recinti di partenza. Area Verde per me ed Arancione per Stefania.
Il giorno precedente riuscii a farmi personalizzare la maglia di gara da Dean Karnazes, forse poco conosciuto in Italia ma un mito per gli americani. Continuavo a ripetermi la frase che mi aveva scritto: “Run when you can, walk if you have to, crawl if you must: just never give up!” .
Mancavano pochi minuti al via. Il tempo sembrava non passare mai. Vedemmo i primi gruppi attraversare il ponte, le partenze avvenivano a gruppi di 1000 alla volta. Io passai sulla linea di partenza dopo quasi mezz’ora dal colpo di cannone. La gara era iniziata.
Eravamo in 40.000 ad attraversare quel ponte. Il battito cardiaco fu subito alto, vuoi per l’adrenalina, vuoi per la salita iniziale, vuoi perché, come all’inizio di ogni gara ti senti preso dallo spirito di competizione e tieni un passo più veloce del dovuto. Ma sei lì, e sei felice di esserlo.
Un passo alla volta attraversai il ponte, accompagnato da migliaia di compagni di viaggio che avanzano sospinti dalla stessa gioia e dallo stesso entusiasmo. Eravamo un esercito che avrebbe conquistato Central Park. Chi prima, chi dopo, tutti ci saremmo arrivati.
Voltai lo sguardo alla mia sinistra e vidi lo skyline della città, gli elicotteri che volavano sopra di noi, sentivo il ponte che vibrava sotto i nostri passi, sentivo che sarei arrivato in fondo.
Ecco Brooklyn, ed ecco il pubblico.
Sembrava che tutti si fossero dati appuntamento per le strade delle città. Erano tutti felici, erano lì a sostenerci, incitandoci gridando i nomi che avevamo scritto sulle maglie, offrendoci le loro mani per un “cinque”, e non c’era differenza di razza, religione o colore della pelle. Noi eravamo lì per correre e loro erano lì per sostenerci.
Me lo avevano raccontato, ma risulta impossibile descrivere a parole l’atmosfera che si viene a creare quel giorno.
Lungo il percorso si alternano i compagni di viaggio. Incontrai persone che, come me, stavano affrontando la loro prima maratona, ci scambiammo le impressioni, le sensazioni, ma niente riguardava il nostro stato fisico, la fatica scomparva e si annullava con quel sostegno.
Ho visto gente che correva per raccogliere fondi per la ricerca, poliziotti che correvano indossando maglie a ricordo dei compagni scompasi l’11 settembre, gente con costumi da pupazzo, Superman e l’Incredibile Hulk. Era una grande festa.
Man mano che si procede le strade divengono più strette e ed è ancora viva in me l’emozione di quando abbiamo svoltato in Lafayette Avenue. Un boato ci accolse, un’orchestra suonava la musica di Rocky, c’era gente che suonava tamburi seduta sui gradini di casa, gente che ci offriva da bere e da mangiare, poco più avanti, fuori da una chiesa, un coro gospel e ancora gente, migliaia di persone lì per te, per vederti passare. Ormai ci stavamo avvicinando al traguardo dei 21 chilometri, metà strada era stata percorsa e ad indicarcelo era quel “bip” continuo che si produceva passando sopra la pedana verde posta sul Pulaski Bridge. Stavamo lasciando Brooklyn per entrare nel Queens, la parte facile del percorso stava terminando e, dal ponte di Queensboro, che potevamo scorgere in lontananza, sarebbe cominciata, a detta di tutti, la vera gara.
La fatica cominciò a farsi sentire, ma fu presto dimenticata. Bastava scambiare qualche parola con i compagni di viaggio del momento, o semplicemente osservare cosa succedeva intorno.
Una delle cose positive della corsa è che ti permette di cambiare la prospettiva delle cose. La nostra vita scorre troppo velocemente, i ritmi moderni non permettono di soffermarsi sui dettagli, sulle piccole cose. Ed ecco che riesci a cogliere i sorrisi, a vedere i colori, a sentire la tua anima vibrare e tutte queste cose rimarranno impresse a fuoco nei tuoi ricordi.
Più o meno 2 chilometri prima del Queensboro Bridge decisi di camminare un po’ per recuperare le energie. Mi affiancai ad un runner, un uomo sulla sessantina - pensai – e ci scambiammo uno sguardo d’intesa, eravamo entrambi affaticati ma felici. Gli dissi che era la mia prima maratona. Mi risponse che era l’ottava volta che affrontava New York, ma che cominciava a sentire la fatica dell’età. Mi sorrise, mi diede una pacca sulla spalla e ripartì. Lessi sul retro della maglia: “Classe 1931”.
L’entusiasmo di questa persona mi aveva ricaricato. Ripartii ed eccola lì, la salita del Queensboro. Qui eravamo soli, il pubblico ci attendeva a Manhattan, sulla 1st Avenue. Quel tratto sembrava infinito, scorsi alla mia sinistra un’altra prospettiva dello skyline di Manhattan che avevo “salutato” alla partenza circa 2 ore e mezza prima. Camminai. Affrontai il mio “muro”. L’avevo già incontrato quando corsi il mio lungo di 31 chilometri, ma ora sapevo come affrontarlo
Ritrovai quella determinazione che avevo riscoperto all’inizio dei miei allenamenti, quando dovevo trovare la forza per correre 5 minuti in più. Ed è questo il momento più bello, senti qualcosa che ti cresce dentro, senti un silenzio assoluto intorno a te, vorresti urlare ed ecco che ricominci a correre e a riprendere il controllo di te stesso. Quel muro che sembrava altissimo era ormai alle mie spalle e davanti a me avevo lo spettacolo della 1st Avenue.
Non so quante migliaia di persone affollavano la strada in quel momento, ma era uno spettacolo favoloso vedere quel fiume di runners che scorreva impetuoso verso il Bronx accompagnato dal fragore delle loro grida.
Mancavano solo 12 chilometri alla fine, il ritmo era calato ma non era importante, in fondo non correvo per un risultato - già ci sono gli impegni di lavoro per questo tipo di cose - ma per il semplice piacere di sfidarmi, di arrivare alla fine di 42 chilometri e 195 mt per dire: ce l’ho fatta, e sto bene !
Un passo dopo l’altro arrivai al ponte che conduce al Bronx. Questo quartiere dalla pessima fama, complici numerosi film del passato, rivelò un calore inaspettato. Un anziano saltellava battendo le mani sotto il cartello “Welcome to Bronx” ed urlando “Good job runners !”, un disabile cercava di spingere come poteva la carrozzina su quella leggera salita, si meritò il nostro tifo. Qualcuno lo aiutò ma non gradì la cosa, rimasi stupito dalla sua determinazione, era a pezzi ma sarebbe arrivato in fondo. Gruppi di rapper si alternavano agli angoli delle strade cantando rime per galvanizzarci.
Senza quasi rendermene conto percorsi quei pochi chilometri che mi portarono sulla dirittura di arrivo.
Ecco Harlem, con il suo popolo festante. Un bimbo cercava di offrire ai corridori un bicchiere di succo d’arancia che la madre preparava su un tavolino allestito fuori dalla propria abitazione. Lo accettai volentieri, mi sorrise, ricambiai e guardai avanti. Ormai era fatta. Il Museum Mile, l’ingresso a Central Park. Le salite e le discese mi provocarono forti dolori alla schiena. Dovevo camminare. La gente urlava, incoraggiava tutti a non mollare e nessuno lo avrebbe fatto, soprattutto a quel punto.
Vidi il cartello “Last Mile”. Dovevo correre. Ecco il Plaza. Laggiù Columbus Circle. Sembrava una distanza infinita. Ce la faccio – mi ripetevo. Rientrai in Central Park. Il traguardo era lì davanti. L’ultima salita. L’arrivo. Il boato della folla, un boato dentro di me: E’ fatta ! 4 ore, 30 minuti e 16 secondi il tempo ufficiale. Un tempo pessimo dal punto di vista atletico, ma non aveva importanza, avevo affrontato una sfida e l’avevo vinta.
Mia moglie ha terminato in 5 ore, 24 minuti e 35 secondi e ne sono fiero, a livello di sfide, lei, ne aveva vinta una più grande della mia.
Alla prossima!
Max
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