Ilario Cottini
Maratona di Amsterdam
Pettorale 36814
Tempo 4:03:42
Maratona di Amsterdam, sofferta ma vissuta
Penso che sia difficile parlare di una avventura quale è la corsa di una maratona. E' difficile per tutti ma in particolare per chi, la quasi totalità dei corridori, lo fa per amore, da appassionato dilettante, lo fa per sfidarsi, per guardarsi dentro, per vivere un pò più intimamente con se. Voglio comunque arrischiare un "racconto".
La corsa che voglio qui ricordare è l'ultima che ho disputato: la maratona di Amsterdam. Era la mia decima in sei anni di frequentazione di maratone. Mi rimarrà impressa a lungo perché andare avanti da un certo punto in poi è stato molto duro. Al km 10 ho iniziato ad avvertire fastidio al polpaccio sinistro; ho praticato correndo le alchimie streccianti delle dita del piede, sperando che il dolore svanisse così come era arrivato. Così non è stato, anzi più i km passavano più intenso e insopportabile diventava. Al km 18 stavo per arrendermi: mi sono immaginato raccolto e portato all'arrivo senza poter gioire, con il morale sotto le scarpe. Ho provato ad accorciare i passi ed abbassare le frequenze; ho provato a ragionare; mi sono detto: io che sono di Siena, se fossi stato alla maratona di Firenze mi sarei fermato, ma qui non vorrei arrendermi. Ho fatto tanta strada, mi sono preparato a dovere..... perché non provare a continuare. Ed ho proseguito con il male che era diventato rapidamente sopportabile. Sono stato superato da tanta gente; ma la determinazione era quella di arrivare.
Nella mente si addensava la paura di non farcela, la paura che quel morso che a tratti si rifaceva vivo dando la sensazione di trascinare dolore su dolore mi avrebbe fermato in quella mattina così dolce, durante un tragitto colmo di sensazioni belle.... quell'acqua del fiume Amstel che ci accompagnava in giù verso la campagna ed al ritorno in città per quasi 20 km; il suo rumore lieve che addolciva il respiro ormai affannato, il verde delle piante dei parchi, riposante che faceva sentire meno la fatica che dalle gambe e dal cuore saliva al cervello; e poi quella gente, così tanta e così entusiasta, a spingerti avanti; a gridarti "Italia", riconoscendo dalla maglia tricolore la provenienza. Non potevo tradirmi, niente doveva tradirmi; e poi, diciamo la verità, un umile polpaccio.... ma via, fosse stato un nobile quadricipite, un retto femorale, l'articolazione intelligente di un ginocchio.....non potevo finire per strada fermo, con gli occhi lucidi. E così non è stato: gli occhi da lucidi di emozione si sono riempiti delle lacrime vere di un pianto dirotto che mi ha fermato, si, ma dopo il traguardo che ho passato con tre minuti oltre le quattro ore, godendomi all'ingresso dello stadio olimpico il mezzo giro di pista con l'orgoglio di dirmi che anche in quel mattino del 21 ottobre 2007 avevo sofferto, ma che anche per questo avevo "vissuto".
Ho vissuto spingendomi avanti con la tenacia che la vita richiede quando le cose non vanno, vedendo chi mi era vicino, ascoltandone i passi, sentendo gli odori, avvertendo la fatica di ognuno, prendendo forza da tutti, dando a tutti forza dall'esempio della mia sofferenza. Ho terminato mettendo Amsterdam avanti agli altri "figli maratona", come un genitore ha un occhio di riguardo per il figlio più cagionevole, meno forte, quello che più l'ha preoccupato. Amo tutte le Dieci corse finora. Tutte diverse, difficili, ma quest'ultima ha tirato fuori da dentro di me la tigna, la determinazione estrema, la sofferenza ad una soglia alta, sconosciuta. Cose che da tanto non praticavo e non sapevo più di possedere.
Ilario Cottini, maratoneta per passione.
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