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New York City ama i suoi maratoneti, e in modo particolare gli italiani. Durante la Maratona quante volte vi sentirete dire.. Dai! Italia! Dai! Terramia!... Antonio Baldisserotto

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42a ING New York City Marathon™ 2011

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Ing New York City Marathon 2008
La maratona di Giuseppe Cianciola


Perseverance, committent, dedication.

Perseveranza , impegno e dedizione , erano le parole scelte dal New York Road Runners per la Marathon 2008, inserite nel logo della manifestazione, in una retorica del tutto americana ,  per definire il mondo della maratona, volendolo rendere affascinante, epico, quasi eroico .
Ma la maratona non è altro che il paradigma della vita, dove ogni uomo che si ponga un obiettivo sa perfettamente che dovrà impegnarsi a fondo, con tanto sacrificio e sudore, senza mollare mai , sino al raggiungimento dello stesso . E fin qui, pertanto niente di eroico, ma se aggiungiamo il desiderio di emulare imprese sportive e sentirsi contemporaneamente al centro del mondo , la scelta appare obbligata : “basta” iscriversi alla maratona di New York!

Per me le motivazioni che mi avevano spinto a partecipare erano tante.
Principalmente l'aver assistito all'arrivo di Baldini nello stadio di Atene alla Maratona dei Giochi Olimpici del 2004.

Quest'uomo piccolo, minuto, quasi pelle e ossa, era stato capace di annichilire tutta la concorrenza, composta dai soliti leoni keniani, che la fanno da padroni in questo sport, grazie alla  struttura fisica ed all'abitudine a correre sugli altipiani del loro paese, marocchini , brasiliani etc.etc., ed entrare da solo nello Stadio stracolmo di gente, venuta ad assistere alla gara regina delle Olimpiadi, che precedeva la Cerimonia di chiusura dei Giochi stessi, farsi il giro d'onore prima di tagliare il traguardo, in una ovazione generale .
Ho la pelle d'oca ogni volta che ci penso !
A questo va ad aggiungersi la prefazione della brochure della Barincorsa, la prima gara a cui abbia partecipato dopo aver incominciato a correre, ad opera di Gennaro Aspromonte , direttore della SponsorCom , una Società che si occupa della organizzazione e gestione di eventi , in cui raccontava la propria esperienza di uomo comune che, affascinato dai racconti dei maratoneti riguardo New York, si era messo in testa di imitarli e nel giro di un solo anno, vi era riuscito .

Bene! E perchè non provarci anch'io?
Detto fatto .
O meglio, detto così potrebbe sembrare semplice , ma in realtà per realizzare il mio sogno ci ho messo tre anni . Quindi con  tanta pazienza , determinazione e forza di volontà ed anche grazie all'aiuto di uno sponsor ( il buon Aldo Liguori ) che ha contribuito alle spese di viaggio e ad  altri appassionati come l'amico e collega Pino Di Conno, con il quale ci si incontra a giorni alterni la mattina alle 05.30 per allenarci sui 12 – 15 km., sono arrivato sino al momento di fare armi e bagagli, imbarcarmi su un Boeing dell’Alitalia, attraversare l'oceano e percorsi 9000 km.da casa,  sbarcare all'aeroporto J.F.Kennedy di Newark accolti da un freddo pungente e da qualche isolato fiocco di neve.

Già durante il tragitto che portava all'albergo notammo la caratteristica che sarebbe stata la costante di tutto il viaggio e cioè che tutto era straordinariamente “biggest”,  più grande di quanto si era normalmente abituati a vedere : le macchine sembravano portaerei viaggianti o grossi Suv, i camion, i famosi Truck , erano spaventosamente giganteschi e sopratutto in lontananza già si profilava lo skyline di Manhattan dove i grattacieli facevano a gara nel superarsi in altezza; la stessa hall dell'albergo Hyatt, che ci accolse con alberi, cascate,  fontane e gigantesche colonne dorate .
C'era abbastanza per sentirsi travolgere da emozioni e sentimenti, ma fortunatamente la presenza del personale di Terramia , il tour operator con maggior esperienza nella Maratona di New York , aiutava a sentirsi assistiti, privi di particolari patemi.

Ad un programma predefinito già abbastanza ricco di impegni come gli allenamenti a Central Park sotto l'occhio attento dell'esperto Orlando Pizzolato, già vincitore 2 volte della Maratona di New York, e dell' “estemporaneo” professore Prodi, bisognava aggiungere una serie di eventi di cui il clou sicuramente è rappresentato dal Gran Galà al palazzo dell'ONU in occasione della consegna di una donazione di Terramia all'UNICEF per finanziare un progetto a favore dell'infanzia in Africa.
Il mattino dopo sempre al Palazzo dell'ONU, Friendship Run: una festa , nel senso letterale della parola , in cui c'erano le bandiere, che non servivano per rimarcare confini o alimentare divisioni , ma erano esclusivamente una nota di colore nel mezzo di una folla composta dai rappresentanti di tutte le nazioni del mondo, unite in un unico abbraccio dalla passione per la corsa .

Ma ovviamente New York non è tutta qui, ampio spazio alle  visite turistiche ed allo shopping sfrenato, alla ricerca dei souvenir più gettonati, per concludere la serata in qualche ristorante italiano, davanti ad un agognato piatto di italianissimi spaghetti (scotti) .
Tutti quei luoghi che fanno ormai parte dell'immaginario collettivo, il ponte di Brooklyn, l'Empire State Building, Times Square, Wall Street, la statua della Libertà, Rockfeller Center ,  Ground Zero, hanno qualcosa di familiare ma, una volta vicino, è impossibile non provare l'emozione di esserci .
I newyorkesi sembravano abbastanza contenti (specialmente i commercianti ) di questa invasione pacifica dei quasi cinquantamila maratoneti, più familiari al seguito...

E gli italiani ?
Riconoscibilissimi .
Facce e modi di fare, unici al mondo che con l'aggiunta del materiale Terramia, felpe, giubbotti e cappellino, sembravano il doppio dei 3500 maratoneti accreditati .
Del resto, il gruppo degli italiani è stato il più numeroso alla maratona di  New York 2008.
Italiani, popolo di poeti, navigatori e ......maratoneti ? Sembrerebbe proprio così numeri alla mano. Una cosa è sicura: che, almeno condividendo la passione per la corsa, l'Italia è unita .

Altrimenti come si spiegherebbe il gruppo eterogeneo che si era formato fra gli ospiti dell'albergo HYATT :Roberto, Delciso, Simona, Salvatore, Giuseppe, sembrava che si conoscessero da tempo, sebbene uno abitasse a Messina, uno ad Aosta, uno a Bari, l'altro ad Arezzo .

Le temperature abbastanza rigide ( 3° – 4° C ) che ci avevano accompagnato i primi due giorni ci risparmiarono i successivi, per ritornare il 2 Novembre, giorno della Maratona .
Nonostante gli avvisi e la preparazione al fatto che il Ponte di Verrazzano – Narrows fosse battuto da venti gelidi provenienti dall'oceano, sopratutto alle prime ore del mattino, la realtà superava ampiamente la fantasia, basta dire che il personale di controllo utilizzava tute da neve.  Diversamente altri, evidentemente più esperti, si erano organizzati con tute di carta usa e getta, oppure con abbigliamento usato che poi avrebbero lasciato per strada e che raccolto sarebbe finito agli homeless . Non avendo alcuna intenzione di continuare a soffrire il freddo, una volta rimasto in canottiera dopo aver consegnato il bagaglio personale agli addetti dell'UPS che ce lo avrebbero restituito all'arrivo, mi spostai nell'area delle partenze, da dove al fatidico colpo di cannone, sarebbe partita la prime delle tre ondate in cui erano stati suddivisi i circa cinquantamila , distanziate ognuna di venti minuti una dall'altra , e per tanto, non senza vergogna, raccolsi una coperta appena abbandonata ed attesi il mio turno.

Le ondate (wave) avevano tre orari differenti di partenza : 09.40, 10.00 e 10.20; a loro volta era suddivise in zone di  partenza in base al colore del pettorale blu, verde e arancio e, nell'ambito del colore,  in gabbie progressive,  in base alla lettera A , B, C, ... , che seguiva il numero di pettorale . Una cosa abbastanza complicata da   intuire al primo colpo, comunque sia, la regolarità della gara era assicurata dal chip inserito fra i lacci della scarpa . La partenza , tutto sommato, fu abbastanza ordinata , e trovandomi nella prima gabbia ebbi la sensazione di essere fra i primi .
Sensazione che durò il tempo di attraversare il ponte, al termine del quale, confluirono da sinistra e da sotto i maratoneti delle altre due zone , verde ed arancio che ingrossarono la fiumana di gente, la quale ci mise poco a raggiungere gli ultimi dell'ondata precedente, per cui, chi ci osservava dall'esterno ebbe l'idea di un unico serpentone.

L'emozione di vivere il sogno della mia vita, l'eccitazione per sapermi al centro del mondo, la preoccupazione di saper gestire la corsa e portarla a termine , sono tutte cose che avrebbero spezzato le gambe anche ai più esperti, ma fortunatamente ebbi la forza di buttare il cuore oltre l'ostacolo e pensare soltanto a correre. Il servizio d'ordine era assicurato dal personale del New York Police Department, alternato agli uomini del New York Fire Department con i loro caratteristici mezzi antincendio, ma la presenza dello stesso era strettamente istituzionale nonchè superfluo, in quanto  si trattava di una festa popolare, uno show nello show, e la gente con il suo calore, le grida di incitazione, l'offerta spontanea di cibo e acqua ai corridori e sopratutto la musica, quella vera , quelle delle orchestrine, quella delle band , che facevano a gara nel dimostrarsi migliore, ci avrebbe accompagnato e sostenuto per tutti i 42 km.  ( 26,2 miglia per dirla all'americana ).
Qui da noi normalmente si corre fra la totale indifferenza, quattro gatti in prossimità dell'arrivo e per strada tutt'al più gli improperi degli automobilisti bloccati nelle loro scatolette in attesa che gli imbecilli che corrono si tolgano presto davanti.

Noi italiani eravamo facilmente individuabili dalla canottiera bianca e rossa con la scritta Italia, in alternativa si poteva notare il Blu dei francesi , un po' di arancione degli olandesi , il verde chiaro degli irlandesi e poi un arcobaleno di colori . Di sicuro, al di là dei colori, la gara di solidarietà e di fraternizzazione era in pieno svolgimento, perchè a parte i campioni che si disputavano le prime posizioni , tutto il resto aveva un unico scopo , arrivare in fondo. E comunque,  a colpo d'occhio, c'era sempre un Italiano nelle vicinanze e tendenzialmente il desiderio di fare gruppo, di fare corsa assieme era sempre in agguato , come se la maglia che indossavamo fosse quella di una nazionale; ma poi ognuno proseguiva con il suo passo e si cercava un altro compagno di corsa . C'era sia l'esperto  che era lì per tentare la prestazione personale sulla lunga distanza, sia chi non aveva mai corso in vita sua ma lo avrebbe fatto in qualsiasi modo e con qualsiasi tempo.  Tanto avrebbero trovato ugualmente il pubblico ad applaudirli anche dopo otto ore e i giudici a incoronarli con la medaglia ricordo dovuta ai finisher, a coloro che avevano  portato a termine la maratona .

Subito dopo l'arrivo chi si piegava su se stesso per la stanchezza, chi esultava davanti ai fotografi, chi si  abbracciava, chi si baciava e rimirava la medaglia ricordo.
Per quanto mi riguarda un tempo non eccelso 4h00'58'' un po' di delusione dovuta ad un buon sprint iniziale, una parte centrale in attacco sui ponti e sulle salite, sul finire qualche segno di cedimento, quando la benzina ha incominciato a scarseggiare, sino ai  crampi a due miglia dall'arrivo in pieno Central Park, con la gente che incitava e dispiaceva deludere ma i tendini delle gambe erano tesi come corde della chitarra e i muscoli induriti dalla fatica, per cui corricchiando se non camminando sono arrivato sino a Columbus Circle da cui incominciava il rettilineo che portava all'arrivo; qui ho indossato il cappello piumato che mi ero portato in spalla per tutta la corsa e che mi era stato affidato dal presidente dell'Associazione Nazionale Bersaglieri di  Bari , Giorgio Riccio, e con un ultimo sforzo sono arrivato sino al traguardo correndo da buon Bersagliere , sospinto dalle urla d'incitazione dei connazionali presenti .

Dopo il rientro agli alberghi e la doccia rivitalizzante , l'uscita per la cena con medaglia ricordo d'obbligo al collo.
Non era un pavoneggiarsi , ma la soddisfazione per aver portato a termine  una maratona dura ed impegnativa , fatta di ponti e i continui  saliscendi spezza gambe di Manhattan. E i “Congratulation” o le strizzatine d'occhio anche dalla gente comune che incrociavi per strada sembravano spontanei e sinceri e ti inorgoglivano neanche fosse la Gold Medal del Congresso o quella delle Olimpiadi. Il mattino dopo è stata caccia alla copia del New York Times , sul quale erano riportate classifiche e notizie sull'evento , alcune pessime come il podista brasiliano colpito da infarto durante la corsa e morto in ospedale.
Il sogno è durato sino all'arrivo in Italia quando, una volta atterrato a Fiumicino, il funzionario della Dogana mi ha chiesto come mai tante persone portassero al collo questa medaglia e dove l'avessimo acquistata !!!
Ah, NewYork, New York.

Giuseppe Cianciola

Giuseppe Cianciola    
Pettorale 37696
Official Time 4h00'58''
   
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