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New York City ama i suoi maratoneti, e in modo particolare gli italiani. Durante la Maratona quante volte vi sentirete dire.. Dai! Italia! Dai! Terramia!... Antonio Baldisserotto

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42a ING New York City Marathon™ 2011

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NYC Marathon 2009
Diario disordinato di corsa
di Daniele Cravino

“Non do nulla per scontato. Conosco solo giorni buoni e giorni meravigliosi” (Lance Amstrong). Una cosa è certa. Qualunque siano il tuo motivo o la tua ispirazione, non attraversi l’oceano per correre una maratona qualsiasi. Quella di New York non è solo la maratona dei cinque “boroughs”, dei grattacieli e dei ponti, delle vetrine e dei viali immensi e affollati. E’ letteralmente la maratona dei newyorkesi. Sono loro il cuore, l’anima e i muscoli della corsa tra le corse. La loro straordinaria accoglienza, il loro tifo smisurato, la loro ammirazione sincera. Sbarchi dall’aereo, e dal primo contatto con la città ti rendi subito conto di come New York non sia un luogo a cui ci si debba adattare. Ti senti a casa, coccolato, protetto. Manhattan è un “intrico” semplice di strade, una scacchiera dove anche un bambino si orienta, una nicchia protetta dal paravento dei grattacieli attorno. Come se non bastasse, c’è una sorta di aurea magica che circonda i runners su queste mitiche strade, un mix di rispetto e stupore stampato negli occhi spontanei di chi ti guarda…Ti senti parte di un grande show, a prescindere dal tuo talento e dalle tue aspirazioni…Hai il tuo palcoscenico, milioni di spettatori entusiasti, non ti resta che dare cuore e anima, e scrivere la tua storia. “La maratona è un’arte sottile che sfida il fallimento… più che uno sport, una disciplina interiore… Il maratoneta non è l’uomo più bello, ne quello più forte o più veloce. Il maratoneta è l’uomo più resistente, una resistenza che è il frutto di un desiderio costante, per nulla pacificato, di misurarsi con se stesso, nonostante le morbide carezze delle endorfine” (Jean Echenoz).

La mattina della maratona, come sempre mi accade, gli occhi anticipano, impazienti, la sveglia. Doccia, pieno di carboidrati e poi via ad unirsi all’esodo di massa verso Staten Island. L’alba del 01 Novembre 2009 non è ancora sorta. Terramia ha organizzato il trasferimento via battello. Scelta perfetta, come del resto tutta la loro organizzazione. La breve crociera offre l’occasione di ammirare, seppur in versione miniaturizzata, l’iconica Statua della Libertà, che, dopo essere stata il simbolo di speranza per gli immigranti di inizio secolo, oggi sarà motivo di ispirazione per 42,000 (e rotti) maratoneti. La sagoma sfuocata del Verrazzano Bridge compare presto in lontananza, con le sue lunghe campate azzurrognole celate dalla nebbia mattutina. E’ la porta di entrata a quello che sarà il tuo inferno e il tuo paradiso per le prossime ore, è l’inizio del tuo viaggio. Il villaggio di partenza brulica ansioso in attesa dello start. Tende, sacchi a pelo, vecchi maglioni di lana, ogni mezzo è lecito per riscaldarsi… gli odori sono mille, i colori di più... C’è chi si carica con la musica compagna di mille allenamenti, c’è chi fa yoga, c’è chi prega… La calma, forse apparente, di qualcuno, è un contrappeso alla tensione, palpabile, di altri. Per la prima volta ti senti solo, perso tra le migliaia di anime che affollano il "> prato. Si corre in compagnia, ma alla fine è una questione tra te e la strada, tra le tue gambe e l’asfalto, tra la tua mente e i chilometri. “Per chi intraprende cose belle, è bello soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi” (Platone). Le gabbie si aprono, i “leoni” accedono alla loro arena, la strada. Ti guardi attorno, non è facile trovare la concentrazione. La folla è immensa. Il ponte gigantesco. Dal Verrazzano Bridge lo sguardo và alla silhouette di New York, mutilata dall’attacco dell’11 Settembre di otto anni fa. Svestizione di rito e lancio degli indumenti di troppo (andranno tutti in beneficenza!!!), nonostante i venti gelidi dell’oceano battano a folate e il freddo ti entri nelle ossa. Poco importa, il colpo di cannone segna l’agoniata partenza, e Sinatra scandisce con la sua “New York, New York” i primi caotici metri. Sotto i miei piedi il ponte di Verrazzano si flette sotto il peso di questa magnifica moltitudine errante. Uno sciame di visi, di mani, di piedi, di colori, di accenti, di odori, di suoni. Una fonte quasi inesauribile di energia cinetica. “E’ comunque difetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta” (Machiavelli).

Le prime miglia, in Fourth Avenue, sono stordito, drogato dai colori e dal calore incredibile del pubblico. Le gambe volano, forse troppo, libere dal controllo di una mente distratta da quello che succede attorno. Non sembra, ma il percorso comincia lentamente a lavorarti ai fianchi, inesorabilmente, minuto dopo minuto, con la pazienza di chi ha dalla sua 42 km per batterti. Pagherò più avanti, come impone la legge della maratona, il prezzo per l’esuberanza di queste miglia. Proposito assoluto per il tratto successivo: darsi una calmata, tirare il freno a mano…ma l’incitamento è incessante, e gestire le forze diventa molto complicato…cuore batte ragione tanto a poco, si prospetta la maratona delle emozioni piuttosto che del cronometro. Park Slope e Lafayette Avenue, e con loro circa un terzo di gara, scorrono tremendamente veloci, senza lasciare, apparentemente, segni indelebili sulle mie gambe. Tra me e me, so che non è così... Da Bedford Avenue, attraverso Williamsburg, e poi Manhattan Avenue, mi impongo un ritmo regolare, una corsa sciolta, affidata all’istinto, alla sensazione, piuttosto che alla razionalità. Quasi dimentico il cronometro. Rifornimenti puntuali, affrontati senza rischiare cadute o inconvenienti sempre in agguato, visto lo zigzagare folle e confuso dei più, e un tappeto insidioso di bicchieri di carta sotto i piedi. 13° miglio. Brooklyn è quasi un ricordo, e già intravedo il Pulasky Bridge… si entra nel Queens, e mezza maratona è alle spalle… Dal ponte ecco l’Empire State Building, faro al centro di Manhattan e ancora maledettamente lontano, e 2 miglia più in là, uno dei punti chiave di tutta la corsa. “Ci sono molti fattori da tenere in considerazione e su cui non si ha controllo…Il fattore più importante che invece si può controllare è se stessi” (Eddy Merckz). Verso il 15° miglio. Davanti a me si delinea, passo dopo passo, la figura del Queensboro Bridge, minacciosa, fredda, temuta. I ponti sono incubi, perché si sale, e sei solo. Non c’è pubblico. Sui ponti ognuno si chiude in se stesso, ognuno affronta la fatica a modo suo. E’ una sfida privata tra te e la salita. Una serie di svolte ed ecco la rampa di accesso alla pancia del ponte. Il ponte ti mangia. Prima un tratto buio, si corre quasi alla cieca… poi la luce filtra furtiva dai due fianchi, e il vento soffia spietato e trasversale.

Salita e vento ti tagliano le gambe, l’asfalto scorre lento, troppo lento, cerchi di proteggerti correndo in mezzo al gruppo, ma è un sollievo illusorio… maledetto Queensboro… Alzi lo sguardo, cercando di sfidare spavaldo la salita che ti aspetta… poi torni a guardare l’asfalto e i tuoi piedi, non ti senti sconfitto, ma consapevole… consapevole che la maratona, quella vera, è appena cominciata… “La fatica fisica appaga lo spirito ed avvicina alla saggezza. Solo soffrendo acquisisci la forza morale che scaturisce dall’autodominio” (Aldo Rock). Il silenzio è quasi spettrale, irreale, rotto solo dal ritmico, frenetico passo dei maratoneti e dalle raffiche di vento che il fiume sembra soffiarti addosso. Poi, inaspettato, prima timido, poi sempre più intenso, ecco il lontano brusio amico della First Avenue. Diventa sempre più regolare, più caldo, ti ci aggrappi come ad una fune di salvataggio per l’ultimo tratto di salita…si scollina…si inizia la discesa…adesso non è più debole brusio, è un ruggito, il ponte sembra quasi palpitare, vibrare…le gambe tornano a volare, il passo adesso lo dettano la gente e lo scandire ritmico dei suoi cori…l’occhio è di nuovo vispo, la testa è già alla curva in contropendenza ai piedi del Queensboro…un bagliore improvviso di luci e grida… ci siamo… La First Avenue!!! Due ali di folla, tifo da stadio, migliaia di cartelli, la musica… Un’onda impazzita di incitamento, di urla, un boato che prima ti avvolge e poi ti spinge. Quasi ti senti ubriaco, gli esperti la chiamano “First Avenue High”, una sorta di delirio adrenalinico… Un momento che lascia il segno, un ricordo assolutamente indimenticabile. “Consapevole di ogni passo, di ogni muscolo, di ogni dolore, guardavo le persone che incitavano al di là delle transenne, guardavo gli altri maratoneti sofferenti accanto a me o davanti”.

Siamo al 17°miglio, Queensboro è alle spalle, e la First Avenue
significa più spazio. L’occhio cerca curioso l’orizzonte, per fissare
il prossimo obiettivo, il Bronx. La strade sale, non repentinamente, ma sale, insidiosa, sale e scende. Il pubblico sa che tanti sono al gancio, che per tanti questo tratto di 4 miglia è una sorta di purgatorio podistico, e allora ti incita, ti sostiene, quasi ti sgrida se vacilli o accenni a mollare. Comincio a sentire il peso dei chilometri, le energie spese sono già tante. E’ un rettilineo interminabile e la marea dei runners si snoda sulla strada come un serpentone senza fine. Un altro ponte, l’ennesima rampa, un miglio attraverso il Bronx, poi, finalmente, Harlem e la Fifth Avenue. “Quanto manca alla vetta?”. “Tu sali e non pensarci!” (Nietzsche). La salita della Fifth Avenue non è la più ripida, ma la più brutale…quando ci arrivi sei all’apice della sofferenza… la visione ottica è diabolica, la strada sembra infinita…4 miglia all’apoteosi finale… cerchi spaesato un riferimento, una prova tangibile che il traguardo si sta effettivamente avvicinando… non molli, e così la gente intorno…ti renderai conto, dopo, che è stata proprio la gente a tenerti a galla, che sono stati proprio i cori di incitamento la tua linfa vitale delle ultime miglia… i pensieri vanno agli allenamenti, ai lunghi, ai brevi, agli intermedi, alle ripetute… alle uscite controvoglia…alla delusione dopo un infortunio…stringi i denti… e poi… di colpo… colori d’autunno… Central Park!!! Terra Promessa e tempio dei maratoneti. Un frastuono assordante e il pubblico ti prende letteralmente per mano per le ultime sospirate miglia. Vedo gente che collassa, in crisi, coi crampi. Non sto crollando, ma il mio corpo, le mie gambe, presentano il conto, sono veramente stanco. Ancora tifo, emozioni, brividi, l’ultima Street, la curva, la salita, la sofferenza, il traguardo, le gambe si fermano, una magia e il mondo è tuo per un attimo. E’ finita. Tutte le cose belle finiscono, ma ti regalano una grande forza. Non è stata una maratona ragionata, non è stata una maratona dettata dalla ricerca del tempo. E’ stata la corsa del cuore e delle emozioni. Hai comunque domato la regina tra le Maratone. Molti visi sono segnati, stravolti, scavati dal lungo sforzo. Alcuni stramazzano sull’asfalto freddo, vinti dalla fatica. Il sudore inizia a freddarsi, poi a gelarsi. Mi sento parte di una folla lenta, siamo tutti coperti d’alluminio griffato, come piccoli monaci tibetani. Sospeso tra una stanchezza totale e un senso di appagamento adrenalinico. Persino esultare, tra me e me, è uno sforzo. Lucidità zero. Felicità totale. Divertimento puro. “Posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci” (Michael Jordan). Il giorno dopo sei un uomo distrutto, il fiume di adrenalina è evaporato e così gran parte delle endorfine… sei convinto che questa è stata la tua ultima maratona… Ma chi voglio imbrogliare… la voglia rimonta in un lampo e ti ributti nella sfida… New York, ci rivediamo l’anno prossimo.

 

 

Daniele Cravino
NYC Marathon 2009
Pettorale 17221
Official Time: 03:23:02

 

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