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RICCARDO FOGLI CON TERRAMIA ALLA 100 KM DEL SAHARA A TAPPE

Intervista raccolta da Olivia Baldisserotto

Dalla chitarra alle sabbie del deserto. Anzi, a dire la verità, con la chitarra alla 100 km del Sahara.

Riccardo Fogli, insieme a più di 100 maratoneti italiani e stranieri, è partito il 10 marzo per correre quella che ormai è diventata una classica delle gare internazionali "estreme".

"Beh non proprio estrema" puntualizza Riccardo, che appena tornato da Djerba, si rilassa nella sua casa sille colline della Maremma.

"E’ una gara dura, certo, e forse neanche io me la immaginavo tanto dura. Ma di veramente estremo qui c’è solo il rapporto tra te e la fatica. E’ un estremo "sicuro" dove non ti devi preoccupare di niente se non di correre e di guardarti intorno, di assaporare le meravigliose sensazioni del deserto. L’organizzazione è veramente efficiente, ti senti curato, coccolato, ti montano la tenda, ti chiedono come va, e anche durante la gara c’è sempre una jeep che ti segue e che ti dà un senso di tranquillità."

Ma come sei arrivato alla decisione di correre nel deserto?

"Era un sogno che coltivavo da quando ho iniziato a correre. Tre anni fa ho portato a termine la mia prima maratona di New York e da allora ho iniziato a credere che realizzare le imprese difficili può essere alla portata di tutti, almeno di quelli che, come me, credono nei sogni."

Quali emozioni dà una gara di questo tipo?

"E’ una sfida con se stessi e i maratoneti lo sanno, loro conoscono le sfide. Corri in mezzo al nulla, c’è la terra, o la sabbia, il cielo e tu. E qualche compagno di strada, con cui dividi quei chilometri che sembrano non finire mai e alla fine ti ritrovi amici, anche senza aver detto granché. Ma qui è così, nascono rapporti veri, profondi, anche diversi da quelli che siamo abituati a intessere ogni giorno.

E ti dirò che per correre questa gara ho rinunciato a partecipare al Festival di San Remo. Sembrerà pazzesco ma se mi metto in testa una cosa devo andare fino in fondo.

Il deserto è magico, bisogna esserci stati per capire quello che si prova. Ti senti avvolto, ma non come nella città dove ti senti avvolto dal traffico, dai rumori, dagli odori…Qui ti senti un tutt’uno con il paesaggio e le tue sensazioni hanno i colori del terreno, il fruscio del vento, l’odore caldo delle sabbie…

E’ vero avevo portato la chitarra, per me è come una compagna di viaggio. La sera, dopo cena, mi sedevo davanti al fuoco e canticchiavo qualcosa, era un modo per esternare i miei pensieri, le mie emozioni…poi pian piano qualcuno si sedeva accanto a me, e poi qualcun altro, e diventava un momento bellissimo, un momento tra amici.

Quali sono stati i momenti più duri e più belli di questa avventura?

Chissà perché alla fine i momenti più duri diventano anche i più belli…La prima tappa è stata davvero faticosa, a causa dell’asprezza del terreno, salite, discese, buchi, rocce, ciottoli….proprio non ce la facevo a correre, mentre altri mi sorpassavano come delle schegge…

Poi la terza tappa, quella di 35 Km, mi è sembrata infinita…se hai qualcosa su cui riflettere quello è il momento giusto. E se non ti arrendi in quell’occasione vuol dire che sarai un maratoneta per sempre.

Il momento più bello è stato l’arrivo dell’ultima tappa: qui per tradizione tutti aspettano tutti, anche gli ultimi…è una festa e un momento liberatorio ed emozionante unico…avevo voglia di piangere.

E poi la premiazione, dove si è già rilassati, ci si gode la cena, la festa…

Ma soprattutto, sull’aereo del ritorno, la soddisfazione di essermi sentito dire "Bravo Riccardo, non credevo proprio che ce l’avresti fatta".

E invece ce l’ho fatta, e lo dico con l’orgoglio della mia 81a posizione, anche questa sfida l’ho vinta."